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L'intervista

Giorgio Mencaroni (Confcommercio Umbria): "Riportare le famiglie nei centri storici per spingere la ripresa"

Il presidente a 360 gradi: "La rigenerazione urbana parte dalle persone e dai servizi". E ancora: "I fondi comunitari vadano anche alle piccole e piccolissime imprese"

Catia Turrioni

21 Gennaio 2026, 10:36

Giorgio Mencaroni

Il presidente di Confcommercio Umbria e della Camera di commercio regionale, Giorgio Mencaroni

A Giorgio Mencaroni, presidente di Confcommercio Umbria e della Camera di commercio regionale, abbiamo posto alcune domande sulla situazione del commercio in Umbria ma anche su progetti futuri e necessità per la regione.
Negli ultimi quindici anni in Umbria sono scomparsi circa 2.000 esercizi commerciali e artigianali. Allo stesso tempo però il dati in termini di Pil e occupazione continuano ad attestare la centralità delle micro-piccole-medie imprese nella regione.
Per Mencaroni non si tratta semplicemente di una crisi di settore, ma di un segnale più profondo: lo svuotamento progressivo dei centri storici, la perdita di residenti stabili, l’indebolimento delle relazioni quotidiane che tengono insieme una comunità. Il turismo, pur fondamentale, non può sostituire una città abitata. La rigenerazione urbana, se non rimette al centro le persone e i servizi, rischia di restare una formula astratta. Per Mencaroni, il futuro passa dal Made in Italy al Sense of Umbria, un concetto che unisce commercio, turismo, artigianato e qualità della vita, per ridare centralità alle famiglie e ai cittadini.


- Presidente Mencaroni, lei riveste ruoli al vertice di Confcommercio dal 2005. Guardando indietro, come è cambiato il commercio in Umbria?
E’ cambiato in modo profondo, strutturale. All’inizio degli anni Duemila il commercio era ancora fortemente legato alla dimensione di vicinato e al rapporto personale. Il negozio non era solo un punto vendita, ma un luogo di relazione. Perugia era un riferimento commerciale per un’area molto ampia: l’Umbria, ma anche Toscana e Marche. Oggi quel modello non esiste più. E’ cambiato il modo di acquistare, è arrivato prepotentemente l’on line, sono mutati gli stili di vita e la struttura stessa delle città, e tutto questo ha inciso profondamente sul commercio e sui servizi.
- Quanto ha pesato la chiusura di tante attività del commercio di vicinato e dell’artigianato tradizionale?
Ha pesato enormemente. Il commercio di prossimità e l’artigianato erano un presidio sociale prima ancora che economico. Barbiere, falegname, meccanico, piccoli negozi di quartiere scandivano la vita quotidiana delle famiglie, soprattutto nei borghi e nei quartieri. Oggi molte di queste attività non ci sono più, e la loro assenza lascia un vuoto difficile da colmare. Nel frattempo c’è stato un arricchimento dell’offerta con la grande distribuzione, che consente di trovare tutto in un unico luogo. E’ comodo, ma non accessibile a tutti allo stesso modo. La popolazione è sempre più anziana, aumentano le persone sole, e chi non può spostarsi facilmente finisce per essere escluso. Quando vengono meno i servizi di prossimità, cresce anche la fragilità sociale.


- E’ qui che entra in gioco il tema della rigenerazione urbana?
Esattamente. La rigenerazione urbana non può limitarsi al decoro o al rifacimento di strade e piazze. Se non ci sono più residenti stabili, le attività commerciali non reggono. Le città funzionavano quando c’erano famiglie, studenti, anziani: persone che vivevano il territorio 365 giorni l’anno. Le attività avevano senso perché c’era domanda quotidiana, fatta di spesa, servizi, relazioni. Oggi le città si animano ad intermittenza: grandi afflussi nei fine settimana o durante gli eventi, ma pochi servizi quotidiani. Anche i centri commerciali, un tempo punti di riferimento per molti, iniziano a soffrire perché la struttura demografica è cambiata profondamente.
- Cosa serve per interrompere la desertificazione commerciale e di servizi?
Serve un cambio di paradigma. Scontiamo una impostazione per cui il governo del territorio viene ancora oggi interpretato esclusivamente come un tema di natura edilizio-urbanistica, mentre la rigenerazione urbana è un progetto di comunità. In questa direzione va il progetto Cities, grazie al quale Confcommercio raccoglie, analizza e mette a disposizione dei Comuni delle aree monitorate un serie corposa di dati sui flussi di visitatori e le dinamiche di acquisto, e i distretti urbani del commercio, su cui Confcommercio Umbria ha iniziato ad investire energie e competenze, in stretta collaborazione con la Regione e alcune amministrazioni comunali. Li consideriamo uno strumento di innovazione territoriale, in grado di rimettere in moto economie urbane, spazi e comunità. E’ essenziale però che i distretti abbiano un’adeguata dotazione finanziaria, altrimenti non sarà possibile farli decollare.
- Confcommercio ha lavorato molto su questo tema a livello nazionale. E l’Umbria sta facendo da luogo di sperimentazione
Abbiamo sposato con convinzione il tema della rigenerazione urbana da anni. Abbiamo portato amministratori a vedere modelli esteri, dove la rigenerazione ha funzionato. Da mesi abbiamo avviato uno scambio di esperienze con Bergamo, studiando il loro modello.
- Come valuta il boom del turismo diffuso e degli affitti brevi?
Il turismo è una risorsa fondamentale e può essere un’opportunità enorme per l’Umbria. Ma servono regole precise. Chi fa attività ricettiva deve identificare correttamente le persone ospitate. In molti affitti brevi questo non accade: si lasciano le chiavi in cassette o si inviano codici. Dal punto di vista della sicurezza è un problema serio.
- Quanto è importante l’innovazione anche per le pmi?
E’ fondamentale. Confcommercio sta accompagnando le imprese umbre nell’era digitale, favorendo l’uso delle tecnologie, la formazione continua, la cultura dell’innovazione. Con il nostro Spin, Sportello innovazione, siamo impegnati in progetti il cui obiettivo è definire percorsi e strumenti di sviluppo digitale e tecnologico adeguati per le micro e piccole imprese. Su questo fronte però sono essenziali le politiche regionali di sostegno.


- L’assessore regionale De Rebotti ha avviato il nuovo piano per il commercio. Quali sono le vostre priorità?
Stiamo contribuendo in modo decisivo alla cabina di regia che porterà nel giro di alcuni mesi all’emanazione del nuovo testo, con l’obiettivo di definire in tempi rapidi un articolato che faccia chiarezza in tante zone d’ombra e possa essere uno strumento di equilibrio tra sviluppo e tutela.
- E per quanto riguarda i fondi comunitari?
Chiediamo una programmazione che tenga conto dell’intero sistema produttivo. E’ giusto sostenere le grandi imprese, che hanno un effetto trascinamento, ma non possiamo dimenticare le piccole e micro imprese, che rappresentano il 95% del tessuto economico. Le grandi aziende hanno strutture solide; le piccole no. Se non le accompagniamo, rischiamo perdita economica e tensioni sociali. Ma dobbiamo accompagnarle con interventi e provvidenze “su misura” per farle crescere.
- Sul fronte del turismo e dei grandi eventi, che valutazione fa?
Confcommercio ritiene che per far fare un salto di qualità al settore sia necessario agganciare i flussi turistici globali di alcuni paesi target attualmente inesplorati per mancanza di strumenti, competenze e relative dotazioni finanziarie. Serve anche un salto culturale: dobbiamo passare dal Made in Italy al Sense of Italy. E’ un concetto che va oltre il prodotto: riguarda chi vende, chi racconta e chi fa vivere l’esperienza del territorio.
- Cosa significa concretamente Sense of Italy, o come lei dice Sense of Umbria, per il nostro territorio?
Il Made in Italy riguarda qualità ed eccellenza dei prodotti: cibo, moda, artigianato, industria. Oggi non basta più produrre bene: bisogna far vivere il prodotto come esperienza completa. Il Sense of Italy – o Sense of Umbria – mette al centro chi accoglie, chi vende, chi racconta il territorio. Ogni visita diventa un percorso integrato: degustazioni, botteghe artigiane, cantine, frantoi, esperienze culturali.
Nel 2015, come Camera di commercio, creammo una app per l’Expo che permetteva di scoprire cantine, produttori di cashmere e olio lungo percorsi regionali umbri. In questo modo le eccellenze umbre - Urbani, Spagnoli, Cucinelli, e tutte le altre nei vari settori dell’economia - diventano ambasciatori di tutta la regione, portando benefici concreti a imprese, commercianti e comunità locali.
- C’è anche un problema di incontro tra domanda e offerta di lavoro?
Sì, ed è aggravato dal lavoro nero. Non è accettabile restare disoccupati se ci sono offerte serie. Le aziende corrette garantiscono stipendi e tutele. E ricordiamoci che senza lavoratori extracomunitari interi settori, come l’edilizia, si fermerebbero.
- Il presidente di Confindustria Umbria, Giammarco Urbani, ha proposto un piano straordinario condiviso con istituzioni, forze economiche e sociali. Che ne pensa?
Lo condivido pienamente. Serve collaborazione e fare sistema tra le varie associazioni di categoria. Già nel 2009 feci un accordo con la Regione su internazionalizzazione e credito, portando le imprese della subfornitura alle fiere internazionali insieme ai grandi gruppi. Era un modo concreto per farle crescere.


- Aeroporto e infrastrutture restano un nodo centrale.
L’aeroporto è un’impresa e deve avere bilanci positivi. L’attuale consiglio di amministrazione ha lavorato benissimo. Servono spazi commerciali migliori e una stazione ferroviaria di interscambio.
Nel 2009 proposi un coordinamento tra gli aeroporti del Centro Italia – Perugia, Ancona, Pescara, Cesena – per gestire meglio i voli. Ma spesso hanno prevalso le logiche interne ai consigli di amministrazione sulle strategie. Il tema infrastrutturale resta centrale: Fano-Grosseto, collegamenti con Civitavecchia, Alta Velocità.
- E per quanto riguarda la Zes?
Un’opportunità reale che va sfruttata fino in fondo.
- Una priorità assoluta per il 2026?
Ne indico tre: infrastrutture, Sense of Italy e rigenerazione urbana. Aggiungo formazione dei giovani, innovazione digitale, transizione energetica e sicurezza del territorio. Senza sicurezza non si vive e non si lavora bene.

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