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Teatro

Gramsci e l'entità cibernetica: la cella che piega il tempo

Parla Nicola Mariuccini, l'autore del testo teatrale Il popolo delle scimmie: giovedì 19 marzo al Piccolo teatro degli Instabili di Assisi

Sabrina Busiri Vici

19 Marzo 2026, 08:33

Gramsci e l'entità cibernetica: la cella che piega il tempo

Al Piccolo Teatro degli Instabili di Assisi, giovedì 19 marzo 2026 alle ore 21.15, replica lo spettacolo scritto da Nicola Mariuccini per la regia di Francesco Bolo Rossini: Gramsci - il popolo delle scimmie. Ne abbiamo parlata con l’autore dopo il debutto a Perugia, allo Zenith.


- Mariuccini, Il popolo delle scimmie cosa rappresenta nel suo percorso legato alla drammaturgia?
Rappresenta il tentativo di restituire Gramsci non solo come pensatore necessario, ma come pensatore utile. È il filosofo delle transizioni: scrive in un momento in cui il mondo appare come un porto di nebbie, con il capitalismo in crisi e gli equilibri politici che si spezzano. Proprio come oggi. Dentro quella nebbia il suo pensiero accende una luce, come quella di un lampadiere nella notte, che la fende e indica una strada. E allo stesso tempo illumina i limiti futuri di quel sistema che oggi vediamo con maggiore chiarezza. Il teatro mi ha permesso di provare a fare proprio questo: rimettere in circolo quella luce, far balenare il passato nel presente e verificare quanto il suo pensiero possa ancora parlarci.
- Regia e cast come hanno aderito al testo?
Il lavoro con il regista Francesco Bolo Rossini è stato molto dialogico. Il testo nasceva già con una struttura che metteva in relazione tempi diversi della storia, ma la regia ha trovato una chiave molto efficace per renderla visibile: l’idea di Gramsci come una sorta di supernova del pensiero negli istanti finali della sua vita. Rossini, che ha lavorato a lungo con Luca Ronconi, ha una grande capacità di guidare gli interpreti non solo nella comprensione intima dei personaggi ma anche nella costruzione di un organismo scenico compatto. Gli attori non sono semplicemente figure isolate, ma parti di un movimento comune: sulla scena si ha davvero la sensazione che quella cella fluttui, portando con sé tutta la vita, i conflitti e le memorie che contiene. Mi sono molto ritrovato, da autore, nella visione di quelle immagini così evocative.


- Perché ha scelto di inserire un’entità cibernetica in stile Blade Runner all'interno di una vicenda storica così definita come la prigionia di Gramsci?
L’idea di Pris non nasce da un gusto fantascientifico. Oggi viviamo già immersi in intelligenze artificiali e dispositivi che dialogano con noi: Pris è semplicemente una proiezione teatrale di questa realtà. Nel mio spettacolo diventa una sorta di Virgilio non umano, che accompagna Gramsci dentro le increspature del tempo. La fisica contemporanea ci ha insegnato che il tempo non è più la linea rigida immaginata da Newton: può piegarsi, sovrapporsi, contenere possibilità diverse. Ho usato questa idea come metafora teatrale. La cella di Gramsci diventa così uno spazio liminare in cui il passato può essere riesplorato e il futuro intravisto. Con l’aiuto di Pris, Gramsci osserva le verità scartate dalla storia ufficiale e insieme le trasformazioni che verranno. È come se quella prigione, invece di chiudere il pensiero, si trasformasse in una specie di tesseract: uno spazio da cui il suo sguardo riesce ad attraversare il tempo.
- Il rapporto tra Gramsci e la cognata Tatiana oscilla tra il politico e l'umano; qual è stata la sfida principale nello scrivere la tensione emotiva di questo legame?
Nella storiografia gramsciana Tatiana Schucht, cognata del filosofo, è stata spesso descritta come una figura quasi militare: una funzionaria di partito solerte e discreta, una copista fedele che si prende cura di Gramsci con la dedizione di una suora. Io ho cercato di guardare sotto quella divisa. Mi interessava esplorare la femminilità che pulsa sotto quelle aspettative morali e quasi monastiche. In Tania la cura non è solo disciplina o dovere: è anche una forma di partecipazione emotiva profondissima, compressa fra la passione e un muro di lacrime soffocate. Trascrivendo le lettere e i pensieri di Gramsci, è come se venisse attraversata dalla luce del suo pensiero e dalla sua sensibilità di uomo. Da lì nasce una tensione interiore molto forte: tra il ruolo di “soldato” del partito e un sentimento più intimo che non può essere dichiarato ma che vibra continuamente sotto la superficie.
- Lo spettacolo si chiude suggerendo il quesito “oggi come allora?”: qual è l'aspetto del pensiero di Gramsci più utile all’oggi?
Credo che l’intuizione più potente di Gramsci riguardi la trasformazione della lotta politica nelle società capitalistiche mature. Gramsci capisce che la rivoluzione armata non è praticabile – e forse neppure giusta – in una società dove il potere si regge soprattutto su una rete complessa di cultura, abitudini e istituzioni. Per questo elabora il concetto di egemonia: la conquista del potere non come colpo di mano ma come lunga direzione culturale e morale della società. Nei Quaderni sviluppa anche un’altra intuizione straordinaria analizzando l’americanismo e il fordismo: mentre molti pensavano che il capitalismo fosse vicino al collasso, Gramsci capisce che quel sistema ha una grande capacità di trasformarsi.
Nello spettacolo però mi interessava anche mostrare un altro aspetto del suo lavoro: l’analisi con cui osservava quotidianamente la formazione del consenso del regime. Non è forse il punto più alto della sua elaborazione teorica, ma per lo spettatore di oggi è un passaggio molto inquietante, perché guardando quei meccanismi si ha spesso la sensazione che certi processi della storia si stiano ripresentando, nel nostro presente.
- E a appello alla lungimiranza di Gramsci ...
C’è poi un paradosso straordinario che riguarda la sua vicenda personale. Il fascismo voleva impedire a quel cervello di funzionare per vent’anni; invece proprio nella prigionia il pensiero di Gramsci diventa più acuto e lungimirante. È come se la cella che avrebbe dovuto fermarlo avesse concentrato la sua energia intellettuale, permettendogli di guardare oltre il proprio tempo.

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