Teatro
La vena drammaturgica dell'autore perugino Nicola Mariuccini cresce. Sono ormai passati quattro anni dal suo debutto come autore teatrale con Avrai vent’anni tutta la vita tratto dal suo romanzo omonimo, un tempo che ha portato lo scrittore alla conoscenza della scena tanto da far aderire sempre meglio il testo alla regia. Ora è la volta de Il popolo delle scimmie che ha debuttato nei giorni scorsi sul palco dello Zenith a Perugia, e si appresta a replicare nei teatri umbri. Lo spettacolo si è conquistato gli applausi di un pubblico di nicchia, bene all’altezza del vastissimo materiale su cui l’autore ha lavorato per molto tempo: gli scritti di Antonio Gramsci e il periodo della sua prigionia. Un lavoro di addensamento realizzato insieme agli attori in scena: Ilaria Falini (Tatiana Schucht), Francesco Bolo Rossini (Antonio Gramsci) che cura anche la regia, Flavia Ramaccioni (entità cibernetica) e Ludovico Rohl (Gabriele D’Annunzio e Lenin).
La compagnia depone il pensiero di un uomo illuminato, storico teorico della Sinistra, tra i fondatori del Partito Comunista, un cervello potente, tanto da avere la capacità di comprendere e analizzare quanto stesse succedendo anche da dietro le sbarre del carcere. Una capacità che la scrittura di Mariuccini arriva a trasportare nel tempo con l’introduzione di un personaggio uscito dai mondi di Blade Runner che spinge l’analisi all’oggi e rende il protagonista testimone del tempo. La narrazione, a volte va oltre e arriva anche a rileggere a interpretare sotto luce diversa i fatti come il delitto Matteotti.
Stesso meccanismo si crea in una conversazione irreale con Gabriele D’Annunzio, impeto e passionalità a confronto con la forza del pensiero lucido e introspettivo. È ancora, Lenin appare per un incontro fugace.
Ma il dialogo centrale della messinscena è contenuto nelle parole fra l’intellettuale sardo e la cognata Tatiana, funzionaria del partito, che gli fa da assistente, segretaria, e non lo abbandonerà fino alla morte in carcere. Qui emergono pensieri, riletture della storia, riflessioni sulla condizione politica ma anche umana. Un dialogo intenso non privo di pulsioni, soprattutto da parte di lei, sedotta dal fascino pensante di un uomo che non può smettere di interrogarsi.
Nella parabola gramsciana, rappresentata visivamente da un personaggio surreale dal cranio enorme che ricorda il protagonista di Elephant Man, c’è anche il confronto con la madre, resa dal viso su maxi schermo dell’attrice Anna Foglietta. Un volto che a volte diventa esclusivamente bocca per pronunciare ricordi, pezzi di passato che riemergono come nuove chiavi del pensiero. Un’ora e mezzo densa e intensa che si conclude nell’accettazione della colpa, “Se essere comunista è una colpa”. Come Gramsci disse di fronte al Tribunale Speciale fascista. E soprattutto la messinscena lascia una domanda: oggi come allora?
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