televisione
Il Festival di Sanremo 2026
Quando Carlo Conti ha annunciato al Tg1 delle 13.30 di sabato 31 gennaio i duetti della serata cover di Sanremo 2026, prevista per venerdì 27 febbraio, molti hanno applaudito per la varietà e le sorprese. Ma fermiamoci un attimo a riflettere: stiamo ancora parlando del Festival della Canzone Italiana, o del Festival degli ospiti a tutti i costi?
Tra i 30 duetti annunciati, spiccano nomi che con il canto hanno poco o nulla a che fare. Francesca Fagnani, conduttrice di Belve e giornalista d'inchiesta, duetterà con Fulminacci sulle note di "Parole, parole" di Mina e Alberto Lupo. Claudio Santamaria, attore di talento pluripremiato, affiancherà Malika Ayane in "Mi sei scoppiato dentro al cuore". E poi c'è Belén Rodríguez, modella e showgirl, che salirà sul palco con Samurai Jay e Roy Paci per "Baila Morena".
La domanda sorge spontanea: è giusto, in un festival che dovrebbe celebrare la canzone italiana, far duettare artisti musicali con persone che non sono cantanti?
Il Festival di Sanremo nasce nel 1951 come Festival della Canzone Italiana, con l'obiettivo esplicito di valorizzare la musica, gli autori, i compositori e gli interpreti. Per decenni, la serata delle cover (o dei duetti) è stata un momento di celebrazione della grande tradizione musicale italiana: cantanti affermati che omaggiavano i classici, giovani talenti che si confrontavano con i maestri, collaborazioni tra generazioni diverse di artisti ma sempre musicisti.
Certo, nel corso degli anni ci sono stati ospiti non cantanti sul palco dell'Ariston. Ma c'è una differenza sostanziale: venivano come presentatori, attori, personalità del mondo dello spettacolo per introdurre, commentare, fare scenette comiche. Non per cantare al posto di un cantante.
Quando nel 2021 Claudio Santamaria salì sul palco con Achille Lauro per il quadro dedicato a Mina con "Bam Bam Twist", era una performance artistica, una scenetta teatrale dove Santamaria e la moglie Francesca Barra ballavano in stile Pulp Fiction mentre Lauro cantava. Santamaria non pretendeva di essere il co-protagonista vocale del pezzo. Era una presenza scenica, una scelta estetica, non un duetto musicale vero e proprio.
Il punto cruciale è questo: la serata cover non dovrebbe essere un talent show o un'operazione di marketing per ampliare l'audience. Dovrebbe essere il momento in cui gli artisti in gara dimostrano la loro versatilità interpretativa, la loro capacità di reinterpretare classici, di dialogare musicalmente con altri professionisti del settore.
Quando Francesca Fagnani canterà "Parole, parole" con Fulminacci, cosa sentiremo? Una giornalista bravissima nel suo mestiere—interrogare, incalzare, svelare verità scomode—che prova a imitare la parte recitata che Alberto Lupo faceva con Mina nel 1972. Ma Alberto Lupo, attore storico del cinema italiano, non stava duettando in un festival musicale: stava recitando una parte in uno show televisivo. Era un dialogo teatrale messo in musica, non un duetto da festival della canzone.
La differenza è sottile ma fondamentale. Nel 1972, quel brano era uno sketch televisivo, un momento di intrattenimento puro. Nel 2026, invece, viene spacciato come "duetto della serata cover" in un contesto competitivo, dove i Big vengono votati anche in base a quella performance. Questo snatura completamente il senso della serata.
Il problema non è solo Francesca Fagnani o Claudio Santamaria come individui. Entrambi sono professionisti eccellenti nei loro ambiti. Il problema è il precedente che si crea: se oggi va bene far duettare un cantante con una conduttrice televisiva, domani perché non con un calciatore? Dopodomani con un influencer?
Belén Rodríguez che canta "Baila Morena" con Samurai Jay è l'emblema di questa deriva. Belén è una personalità televisiva di successo, ha carisma, presenza scenica. Ma non è una cantante. La sua partecipazione serve unicamente a generare visualizzazioni, commenti social, titoli sui giornali. È marketing, non musica.
E il risultato? Il Festival perde sempre più la sua identità musicale per diventare un contenitore generico di intrattenimento, dove conta più il nome famoso che la competenza artistica. Dove conta più il buzz che la qualità interpretativa.
Sia chiaro: non tutti i duetti annunciati sono criticabili. Anzi, molti sono eccellenti. Fedez & Marco Masini con Stjepan Hauser (violoncellista dei 2Cellos) per "Meravigliosa creatura" promette di essere una collaborazione di alto livello. Serena Brancale con Gregory Porter, leggenda del jazz contemporaneo, e Delia per "Bésame mucho" è una scelta artistica raffinata e coraggiosa. Michele Bravi con Fiorella Mannoia per "Domani è un altro giorno" mette insieme due voci straordinarie della musica italiana.
E poi c'è lui: Tony Pitony, il fenomeno social che salirà sul palco dell'Ariston in duetto con Ditonellapiaga per interpretare "The Lady Is a Tramp", classico del musical Babes in Arms del 1937 portato alla fama da Frank Sinatra. Tony Pitony merita un capitolo a parte. Perché qui il discorso cambia completamente.
Per chi non lo conoscesse, TonyPitony è un cantautore siciliano classe 1996, sempre nascosto dietro una maschera di Elvis Presley, che nel 2025 è esploso come fenomeno virale su Spotify e social media. Conta oltre 1,6 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, milioni di visualizzazioni su TikTok e Instagram, e ha appena firmato la sigla ufficiale del FantaSanremo 2026.
La sua musica è un mix irriverente di elettronica, jazz, disco, rap e teatralità, con testi volutamente provocatori e politicamente scorretti—da "Culo" a "Mi piacciono le nere" a "Donne Ricche". Un'estetica che richiama gli Skiantos e Elio e le Storie Tese, ma con una sensibilità contemporanea che oscilla tra satira sociale, parodia esplicita e trash consapevole.
Nel 2020 si presentò alle audizioni di X Factor con una versione surreale di "Hallelujah": ricevette tre "no" da Manuel Agnelli, Emma e Hell Raton. Solo Mika intuì qualcosa, definendolo «un professionista che si nasconde». Oggi, con Tony in cima alle classifiche e sold out in tutta Italia ed Europa, quella profezia sembra quasi una beffa al talent show che lo rifiutò.
Ironia della sorte: durante La Pennicanza, Fiorello aveva ospitato Tony Pitony augurandosi pubblicamente che "qualcuno lo chiamasse per i duetti di Sanremo". Quello che sembrava solo una provocazione si è trasformato in realtà.
E, a differenza di Fagnani o Santamaria, la presenza di Tony Pitony ha senso musicale. Non è lì per fare visualizzazioni sui social (quelle le fa già da solo). Non è lì perché "fa notizia". È lì perché è un artista che sta dominando le classifiche streaming, che riempie i palazzetti, che ha dimostrato di saper costruire un immaginario artistico completo—dalla musica alla scenografia, dai testi ai video.
Sia chiaro: non si tratta di essere nostalgici o di rifiutare l'innovazione. Il Festival può e deve evolversi, accogliere nuove sonorità, sperimentare format inediti. Ma non può perdere di vista la sua ragione d'essere: celebrare la canzone italiana e chi la interpreta professionalmente.
La domanda da porsi è semplice: vogliamo un Festival della Canzone Italiana o un Festival dello Spettacolo? Perché se continuiamo su questa strada, tra qualche anno la risposta sarà scontata. E non sarà quella che chi ama davvero la musica vorrebbe sentire.
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