Cronaca
La conferenza stampa al termine della prima inchiesta
Inizierà a febbraio del prossimo anno il processo per i tre indagati, accusati di favoreggiamento, nell'inchiesta sul caso Fentanyl. Il decreto di citazione diretta a giudizio a carico di una delle coordinatrici della cooperativa Borgorete, una 54enne di origini abruzzesi, e di due operatori, un 42enne e un 45enne originari della Calabria, uno dei quali non più in forze alla cooperativa, è stato firmato dall’ex procuratore, Raffaele Cantone nelle scorse settimane ed è stato loro notificato negli utili giorni. Secondo la ricostruzione accusatoria i tre – assistiti dagli avvocati Luciano Ghirga, Ilaria Iannucci e Daniela Paccoi - avrebbero “ostacolato le indagini in corso sull'individuazione dell'assuntore” e consegnato, nelle prime fasi dell’inchiesta, un “documento artefatto” alla squadra mobile in cui avrebbero attestato che erano stati effettuati i test preliminari per l’individuazione del fentanyl – nella dose consegnata dall’assuntore - mentre invece non era stata fatta alcuna analisi. Secondo la procura, la coordinatrice e l’operatore con funzioni direttive, avrebbero non solo “rappresentato circostanze non vere sulla modalità di consegna dello stupefacente”, ma anche nascosto informazioni in loro possesso, utili all’individuazione della tossicodipendente, sostenendo di “non conoscere la persona che aveva consegnato la dose e di non essere in grado di fornire indicazioni per identificarla”.
Quel ritrovamento nell’aprile 2024 aveva fatto subito scattare l'allerta nazionale di terzo grado da parte del dipartimento delle Politiche Antidroga e la procura di Perugia, aveva contemporaneamente avviato un’inchiesta anche con agenti sotto copertura nelle maggiori piazze della città per andare a caccia di altre eventuali dosi contenenti la potentissima sostanza. Ma nulla era emerso in tal senso. Di fentanyl, per fortuna, non c’erano altre tracce. Nel corso delle indagini infatti la mobile - grazie alle intercettazioni - aveva trovato non solo la tossicodipendente che aveva consegnato la dose, ma pure il pusher che gliel’aveva venduta. La prima aveva anche dato una versione diversa da quella fornita dagli operatori: aveva infatti negato di avere consegnato loro la dose per gli effetti particolarmente forti, affermando esattamente il contrario.
La donna poi aveva indicato agli agenti il suo pusher: nemmeno a casa sua c’era traccia di fentanyl. Oltre all’operatore con funzioni direttive e la coordinatrice, della stessa accusa deve rispondere anche l’operatore che avrebbe recuperato la dose incriminata: avrebbe dichiarato “su istigazione e in seguito a specifica richiesta del suo superiore” di non conoscere la tossicodipendente.
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