perugia
L'avvocato Daniela Paccoi con il suo legale Alessandro Cannevale
“Mi vergogno di appartenere a un contesto giurisdizionale fatto da inquirenti che perseguitano un onestissimo difensore che ha fatto la professione onorevolmente a testa alta per 45 anni. È veramente una vergogna come si può inquisire un avvocato sulla base di insinuazioni vergognose fatte da parte degli inquirenti nei confronti di un difensore che ha concordato insieme al suo assistito la strategia difensiva più idonea per il suo caso”.
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A parlare è l’avvocato Daniela Paccoi, all’indomani della ricezione dell'avviso di conclusione indagini della procura di Perugia che la accusa di concorso in associazione finalizzata allo spaccio di droga, concorso in traffico di droga e induzione a rendere dichiarazioni mendaci nell'ambito dell'inchiesta che aveva portato dietro le sbarre prima il ristoratore folignate, Gianpaolo Coresi con 65 chili di cocaina, e poi anche altri spacciatori albanesi di grosso calibro. Secondo l’accusa - il titolare dell’inchiesta è il procuratore aggiunto, Gennaro Iannarone - Paccoi avrebbe fatto da intermediario tra il suo assistito e i capi dell'organizzazione criminale albanese inducendolo a tacere i loro nomi in cambio di denaro e gli avrebbe consigliato di fingere il ritrovamento di due chili di droga per far credere a una collaborazione.
“Tengo a precisare - aggiunge Paccoi - che mi contestano di avere indotto il mio assistito a tacere i nomi dei complici. Ed effettivamente io gli ho consigliato quello che ogni difensore avrebbe dovuto fare per difendere il proprio cliente. Ho detto che siccome era stato trovato in possesso di 65 chili di droga, era il caso di attenuare i danni del suo comportamento, come dovrebbero fare tutti gli avvocati. Quindi ho spiegato che la norma prevede un'attenuante speciale concessa nel caso in cui l'indagato faccia nomi di persone coinvolte non ancora conosciute dalla magistratura o faccia ritrovare sostanza stupefacente sottraendola al mercato della droga. Credo che questo fosse mio dovere”.
Paccoi attacca: “Hanno costruito un'ipotesi accusatoria che mi fa rabbrividire. Come possono poi essere state autorizzate le intercettazioni dei colloqui con il difensore all'interno del carcere? È una vergogna. Come lo è il motivo della mia iscrizione nel registro degli indagati, ovvero l'incontro con la compagna del mio assistito – e la moglie di un altro mio assistito, socio della pizzeria di Coresi – all’esterno di un supermercato. Un incontro come con tutti i parenti degli arrestati che vogliono sapere come andrà a finire”.
Accanto all’avvocato Paccoi, il suo difensore, Alessandro Cannevale, dichiara: “È la prima volta che vedo un pm stabilire in un suo provvedimento qual è la linea difensiva migliore per un indagato e valutare, come elemento indiziante a carico dell'avvocato di questo indagato, il fatto che abbia dettato una linea che al pm non sembra coerente con gli interesse dell'assistito. Il rischio di procedere in questo modo è che si possano creare delle fonti di prova di assai dubbia attendibilità perché se io fossi al posto dell'assistito dell'avvocato Paccoi, comincerei a chiedermi se non sia meglio farmi difendere da lui e poi comincerei a pensare che il modo migliore per far considerare attendibile la mia collaborazione sia quello di denunciare il mio avvocato. E questo è pericolosissimo”.
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