CRONACA
Inchiesta della guardia di finanza
Concorso in associazione a delinquere finalizzata allo spaccio, induzione a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria e concorso in traffico di droga. Sono accuse pesantissime quelle che la procura di Perugia guidata da Raffaele Cantone - come anticipato dalla Tgr Rai dell’Umbria - muove all’avvocato perugino Daniela Paccoi. Secondo i magistrati - il titolare dell’inchiesta è l’aggiunto Gennaro Iannarone - il noto avvocato avrebbe fatto da tramite tra il suo assistito, il ristoratore folignate, Gianpaolo Coresi, arrestato a gennaio 2025 con 65 chili di cocaina dalla guardia di finanza e l’organizzazione malavitosa di spacciatori albanesi di cui lui stesso faceva parte.
Per la procura, l’avvocato avrebbe contribuito alla sopravvivenza dell’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio. Nello specifico, la procura le contesta di avere contribuito ad organizzare, insieme al fratello di Coresi e a Favlio Kamberaj - già coinvolto nell’inchiesta madre - un ritrovamento di due chili di cocaina, fatta arrivare appositamente dall’Albania, dopo l’arresto del ristoratore, per simulare la collaborazione con la magistratura di quest’ultimo. Il ritrovamento della cocaina in un terreno di proprietà della famiglia Coresi era avvenuto in seguito alle indicazioni fornite agli inquirenti dal ristoratore, che però, secondo le accuse, sarebbero state finalizzate ad avere uno sconto di pena per aver collaborato con gli inquirenti, senza fornire una reale collaborazione indicando i nomi dei capi dell'organizzazione.
Seguendo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stata proprio la penalista a fare da tramite tra il suo assistito e i capi dell’organizzazione, promettendo al ristoratore in carcere sostegno economico degli albanesi - che provvedevano anche al pagamento degli onorari - in cambio di una mancata collaborazione con la magistratura.
Lo spaccato, emerso dalle indagini del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Perugia, che hanno intercettato anche i colloqui in carcere, ha portato la procura a contestare nell’avviso di conclusione delle indagini recapitato nelle ultime ore, anche l’induzione a non rendere dichiarazioni: per i magistrati avrebbe convinto il suo assistito a non rilasciare dichiarazioni accusatorie nei confronti dei capi della banda da cui proveniva la tantissima cocaina trovata nel suo ristorante.
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy