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Cronaca

Il locale di Foligno comprato coi soldi della mala albanese, il ristoratore: "Mettono tutto loro"

La cocaina degli albanesi Iniziati gli interrogatori. La moglie del boss: “Tenevo i conti del ristorante non della droga”

Francesca Marruco

13 Febbraio 2026, 07:21

Il locale di Foligno comprato coi soldi della mala albanese, il ristoratore: "Mettono tutto loro"

Parte della droga sequestrata a Coresi

La moglie del presunto boss dell’associazione a delinquere - irreperibile perché in Albania al momento dell’esecuzione delle misure cautelari - sgominata con l’ultima operazione della guardia di finanza di Perugia, ieri mattina al gip Margherita Amodeo, durante l’interrogatorio di garanzia ha respinto tutte le accuse. Ha detto che lei - rimasta ai domiciliari perché madre di bambini piccoli - non era affatto “la cassiera del clan”, ma semplicemente molto spesso teneva i soldi delle attività di ristorazione di Foligno che per la procura erano invece imprese di comodo per coprire i veri traffici illeciti della banda. Anche l’altra donna arrestata, la compagna di uno dei corrieri, ha respinto le accuse sostenendo che non sapeva cosa faceva il compagno. Tutti e tre difesi dall’avvocato Daniela Paccoi sono accusati di associazione a delinquere insieme agli altri albanesi e al ristoratore di Foligno, Gianpaolo Coresi, arrestato lo scorso anno con 65 chili di cocaina. Per la procura - titolare dell’inchiesta è il pm Gennaro Iannarone della Dda che ha coordinato le indagini dei militari del nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza - il ristoratore avrebbe aperto un secondo locale con i soldi della droga. “Hanno pagato tutto loro” diceva alla moglie, pure lei indagata a piede libero, annunciandole l’acquisto del locale “a 15 mila euro, una miseria” dove sarebbe stato aperto il Lounge.

 


Ma tra i sodali della banda, è emerso in un secondo momento, non era affatto sempre tutto a posto. A un certo punto infatti c’è un enorme litigio perché credono che siano spariti dei soldi: tra 10 e 15 mila euro. Si accusano a vicenda e c’è anche chi passa a maniere molto più forti. A raccontare parte di questi episodi è sempre Coresi, che oltre alle accuse collegate allo spaccio, deve rispondere anche del fatto di avere utilizzato il cellulare in carcere. E’ sempre a Capanne, nella sala dei colloqui, che i finanzieri lo intercettano mentre alla moglie racconta: “Tu non ti rendi conto di quello che ho vissuto io, so stato quasi sacrificato. Ti dico una cosa, un giorno a casa sua mi ha messo la pistola sulla capoccia, pensava che gli avessi rubato 15 giorni di incasso, mi raccomando non scappasse manco una parola”.

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