Cronaca
Quando nell’inchiesta spunta un criptofonino si capisce immediatamente che si ha a che fare con un’organizzazione seria e transnazionale. Come in effetti lo erano le ultime finite nel mirino della guardia di finanza: sia gli albanesi arrestati a dicembre che gli ultimi finiti in cella li usavano. E gli inquirenti lo sanno bene: quelle piattaforme, tranne un paio di casi, non le hanno ancora “bucate” in alcuno Stato che lotta contro il narcotraffico.
Oltre ai telefonini potenziati, la mala albanese che da anni spaccia in Umbria, adottava ogni tipo di accorgimento: non solo macchine col doppiofondo rubate, ma clonate, ovvero “oggetto di furto e poi dotate di targhe e documenti di circolazione contraffatti e riconducibili ad altre, uguali per marca e modello, nel mentre circolanti liberamente”. Nel giardino di casa, uno degli arrestati aveva installato un sofisticato sistema di videosorveglianza dentro il vaso dei fiori.
E avevano comprato “un’antenna elettronica in grado di rilevare la presenza di telecamere”. Per questa apparecchiatura, Coresi e alcuni complici, erano andati sul Monte Subasio a testarla. “Con quell’antenna - diceva uno dei latitanti - prenderà bene, è uno strumento che intercetta le telecamere a raggi laser e vede se ti hanno montato una camera”. Tutti accorgimenti che evidentemente non sono bastati.
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