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Femminicidio di Laura Papadia, via al processo a carico di Nicola Gianluca Romita: la difesa punta a una perizia psichiatrica

Francesca Marruco

17 Marzo 2026, 08:21

Femminicidio di Laura Papadia, via al processo a carico di Nicola Gianluca Romita: la difesa punta a una perizia psichiatrica

La richiesta non è stata ancora formalmente depositata ma ieri è stata anticipata: la difesa di Nicola Gianluca Romita - per cui nella mattina di lunedì 16 marzo è iniziato il processo dinanzi alla Corte d’assise di Terni per il femminicidio della moglie Laura Papadia - punta all’incapacità di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Evidentemente se venisse riconosciuto - la stessa richiesta è stata già rigettata dal gip che l’ha rinviato a giudizio - significherebbe per lui un cospicuo sconto di pena. L’avvocato Luca Maori, che lo assiste assieme al collega, Luca Valigi, ha sottolineato che la richiesta di perizia verrà proposta solo con riguardo alla capacità al momento dei fatti. Intanto, in quest’ottica, ha già depositato una perizia psichiatrica di parte.

Intanto, lunedì 16 marzo, in aula sono stati ascoltati i primi testimoni della lunga lista depositata dalle parti. I primi a parlare, dinanzi alla Corte d’assise e all’imputato Nicola Gianluca Romita, sono stati i poliziotti che quella mattina del 26 marzo 2025 lo hanno localizzato sul Ponte delle Torri e soprattutto la funzionaria della centrale operativa che rimase al telefono con Romita oltre un’ora e mezza. Fu lei che, oltre a dissuaderlo dagli intenti suicidi esternati al telefono, la prima a sospettare la tragedia che si era appena consumata. “Non mi parve sincero - ha detto la poliziotta in aula - urlava e aveva crisi di pianto, e diceva di essere disperato”. Fu in quella lunghissima telefonata che Romita disse “penso di avere fatto del male a mia moglie” e spiegò alla poliziotta delle liti frequenti che aveva con Laura perché lei voleva un figlio, e lui, che già ne aveva due da precedenti relazioni, non se la sentiva. Fu a quel punto che la poliziotta allertò i colleghi e insieme ai carabinieri del radiomobile arrivarono nell’appartamento in cui i due vivevano a Spoleto e trovarono in camera da letto il cadavere della donna.

Il carabiniere che per primo era entrato ieri mattina ha ricordato quei terribili momenti. Allo stesso modo, sono stati ascoltati i poliziotti che alla fine hanno raggiunto Romita sul Ponte delle Torri. “Non si è mai sporto” hanno detto, sintomo, anche per loro, che quell’intento suicida non era reale.

Di quel giorno Romita ha sempre detto di “non ricordare nulla”, ha parlato a più riprese di “buco nero”. Nel portafogli la polizia aveva sequestrato una lettera manoscritta di Laura, datata due mesi prima che venisse uccisa proprio per mano di quell’uomo a cui chiedeva di non lasciarla. “Non avrei mai pensato di arrivare dove siamo oggi, alla rottura definitiva, ho sempre pensato che saremmo stati insieme per sempre, adesso dici che si è rotto qualcosa, che non hai più fiducia, e io non posso legarti a me”. Parole strazianti di una donna che si addossava la colpa, “sono stata io a portarti a questo?”. Il fratello Fabio ieri mattina - parte civile con l’avvocato Filippo Teglia - con gli occhi pieni di lacrime ha lasciato l’udienza poco dopo l’inizio. La Corte ha già programmato diverse udienze: l’idea sarebbe arrivare a sentenza entro aprile.

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