Cronaca
La droga sequestrata dalla guardia di finanza
Quantitativi enormi di cocaina con sequestri ingenti, mai visti prima in Umbria. Apparati elettronici per difendersi dalle forze dell’ordine. Criptofonini per schermare le conversazioni e provare a rendersi inafferrabili. Ma soprattutto un “rapporto di mutua assistenza” tra bande di spacciatori albanesi che hanno portato i finanzieri del comando provinciale di Perugia a scoprire e sgominare, solo negli ultimi tre anni, tre associazioni a delinquere che inondavano di cocaina purissima il Cuore verde e città di mezza Italia. Tutto è iniziato con degli arresti effettuati a Umbertide a maggio del 2022: da quell’inchiesta era emerso che in caso di problemi con il proprio canale di approvvigionamento, non mancava mai qualche connazionale, magari per l’appunto facente parte di un’altra organizzazione criminale, pronto ad accorrere in aiuto per alimentare le piazze di spaccio.

L'operazione Aquila bianca
Fu così che tra il 2022 e il 2023, da quei primi arresti della guardia di finanza di Città di Castello, venne aperta una seconda inchiesta - sotto la guida del pm della Dda di Perugia, Gennaro Iannarone - perché quel Fatjon Cardaku, detto Fabio, che in caso di necessità aiutava i connazionali dell’Altotevere, aveva, a sua volta un enorme giro che in Umbria si snodava tra Perugia, Corciano e Passignano sul Trasimeno e aveva collegamenti con Napoli, Arezzo e alcune città del nord, per non parlare dell’approvvigionamento di abnormi quantità di cocaina da Olanda, Belgio, Spagna, Ecuador, Brasile, Svizzera, Albania e Perù. Quell’inchiesta, aveva portato a dicembre dello scorso anno all’esecuzione di quattro custodie cautelari in carcere: tre albanesi e un italiano. Per altre 13 persone, coinvolte nell’indagine, ma non accusati di associazione a delinquere, si è reso necessario - come previsto dalla riforma - l’interrogatorio preventivo e non c’è ancora l’esito. In carcere quindi potrebbero finire altre 13 persone, come chiesto dalla procura.
L'operazione Loco 2024
Da questa seconda inchiesta, i finanzieri del Nucleo di polizia economica finanziaria del comando provinciale di Perugia, diretti dal tenente colonnello Enrico Fiorenza, ascoltando i pusher parlare tra loro e osservandoli smerciare chili e chili di cocaina, si sono resi conto che c’era un altro nome ricorrente: quello del presunto capo dell’organizzazione criminale sgominata nelle ultime ore e che chiude il cerchio sui complici di Gianpaolo Coresi, il ristoratore di Foligno arrestato a gennaio 2025 con 65 chili e 500 grammi di cocaina. Tutta droga che, è emerso dalle indagini, il folignate avrebbe custodito per conto dei sodali e che, si è scoperto dopo l’analisi effettuata, avrebbe potuto produrre, circa 283 mila dosi. Non un’unica grande organizzazione dunque, ma “contatti” tra le diverse compagini che non invadevano nemmeno “i territori di competenza” e che dunque hanno portato all’apertura di diverse inchieste.

Gli altri colpi allo spaccio
Contemporaneamente, a riprova che l’Umbria, come ribadito anche nell’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario dal procuratore generale, Sergio Sottani, sta diventando sempre più crocevia e granaio di ingenti quantità di cocaina, ad aprile 2024, all’altezza di Torricella era stato arrestato un altro albanese con della droga in auto. Nel suo appartamento a Salsomaggiore poi, i carabinieri avevano trovato in totale 40 chili di cocaina. Recentemente è stato condannato in abbreviato a sei anni di reclusione. A fronte dei 14 chiesti dalla procura. Una pena, giudicata da più parti troppo leggera, che fa il paio con quella comminata al capo della banda finita in manette nelle ultime ore. Sì perché pure lui - che al momento è tra i tre “irreperibili” per cui “latitante” - è stato condannato a tre anni di reclusione a fronte dei 17 chili di cocaina con cui venne arrestato a Foligno nel 2022. In seguito alla condanna era stato anche espulso, ma evidentemente, come risulta dall’ultima ordinanza di custodia cautelare, questo non gli ha impedito di dirigere un enorme canale di spaccio da Tirana in Umbria.
I luoghi umbri della mala albanese
Come emerge dalle carte delle indagini della guardia di finanza - in Umbria sotto l’attenta guida del generale di brigata, Francesco Mazzotta e a Perugia del comandante provinciale, colonnello Stefano Pietrosanto - gli albanesi coinvolti nell’ultima inchiesta, che prendevano la droga principalmente dalla Spagna, avevano come base il territorio di Foligno dove non solo stoccavano enormi quantitativi di cocaina ma, per la procura di Perugia, alla guida di Raffaele Cantone, reinvestivano anche parte dei guadagni illeciti. Da lì si sono spostati molte volte a Perugia (Collestrada, Ponte Valleceppi, Olmo e Ferro di Cavallo) per consegnare chili di cocaina. Tra Perugia, Corciano e Passignano sul Trasimeno si muovevano anche gli altri albanesi arrestati a dicembre scorso. In tre anni di inchieste i finanzieri hanno documentato decine e decine di consegne: solo in alcuni casi sono intervenuti per sequestrare la droga mettendo a segno operazioni incisive ( oltre 70 chili) contro la mala albanese che detiene la fetta maggiore di mercato per lo spaccio di cocaina. In molti altri hanno ascoltato e osservato ricostruendo cessioni da capogiro. Lo raccontavano, in più occasioni, gli stessi arrestati: “Dobbiamo smerciare almeno un chilo al mese, tanto se lo beccano lo rilasciano” diceva uno degli spacciatori al suo complice napoletano mentre aspettavano di recuperare quei “200 pezzi” di cocaina. Del resto, lo stesso ristoratore folignate, Coresi, intercettato un prima dell’arresto che alla banda ha fatto perdere 65 chili di cocaina al complice, diceva: “Portiamo otto chili a un parcheggio, cinque a un altro. Tu lo faresti di rovinarti la vita per mille euro al mese?”.
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