PERUGIA
Hekuran Cumani
Non c’è traccia del presunto assassino, Yassin Amri, sugli abiti della vittima, Hekuran Cumani. C’è invece una traccia di Dna di Mohamed Abid sul polsino della felpa di Cumani. E ci sono tracce del sangue dello stesso Abid sotto la scarpa della vittima. Inoltre, non c’è traccia alcuna, riferibile a soggetti coinvolti nell’inchiesta, nel coltello rinvenuto nel fiume Tevere che i sommozzatori dei vigili del fuoco avevano recuperato per le analisi non lontano dal punto in cui era stato rinvenuto anche il telefono cellulare del giovane indagato per omicidio volontario.
Uno scenario, quello che emerge dalla relazione definitiva depositata nelle ultime ore dalle genetiste - dottoresse Eugenia Carnevali e Stella Severini - che viene interpretato diversamente a seconda di chi lo prende in considerazione.
Ininfluente per la procura, gli inquirenti sono infatti convinti che l’assassino di Hekuran Cumani sia Yassin Amri - visto da diversi testimoni avventarsi in direzione della vittima con due coltelli in mano - e che Mohamed Abid, le cui tracce sono presenti al contrario di Amri, abbia preso parte alla rissa che si è consumata la notte del 18 ottobre scorso nel parcheggio del Dipartimento di Matematica all’uscita da una nottata in discoteca al 100 dieci.
Che infatti Abid - nella colluttazione ingaggiata tra i ragazzi della banda di Ponte San Giovanni e gli amici della vittima di Fabriano - abbia perso molto sangue è stato appurato dalle diverse tracce ematiche repertate sul selciato. Quanto invece alla presenza del Dna di Abid sul polsino della felpa della vittima sarebbe - sempre in ottica accusatoria - riconducibile ai possibili contatti intercorsi tra i ragazzi durante la rissa.
L’assenza di tracce riferibili al presunto assassino, di per sé non escludono la sua possibile responsabilità: per l’accusa lo ha colpito con una unica coltellata mortale che ha lesionato cuore e polmone.
A leggere i nuovi risultati in ottica completamente diversa, è evidentemente l’avvocato Vincenzo Bochicchio, che assiste il 21enne accusato di omicidio volontario. “Dai risultati della relazione peritale delle genetiste - dichiara infatti l’avvocato Bochicchio - mi sembra che sia ampiamente provato il contatto diretto tra l’indagato Mohamed Abid e il povero Hekuran Cumani, al contrario non è dimostrato, almeno scientificamente, nessun tipo di contatto, tra la vittima e il mio assistito, Yassin Amri. Questo è quello che emerge, poi però da lì noi dobbiamo trarre delle conseguenze".
“Tra l’altro - aggiunge - oltre al contatto diretto con Abid, le tracce di Dna di soggetti allo stato non identificati suggeriscono la possibile presenza di altre persone, ma non quella di Amri Yassin. Nemmeno sui vestiti di Amri c’è traccia della povera vittima, mentre non si sa cosa si sarebbe potuto trovare sui vestiti di Abid Mohamed, che purtroppo non sono stati nemmeno sequestrati perché lui li aveva immediatamente lavati ed era quindi inutile sottoporli ad analisi scientifiche”.
Intanto l’avvocato Bochicchio, che dopo il no del tribunale del Riesame alla revoca della misura cautelare in carcere per il suo assistito, aveva fatto immediatamente ricorso in Cassazione, annuncia che è stata fissata l’udienza dinanzi ai Supremi giudici per il 27 marzo prossimo. Il legale chiede la liberazione, o, in subordine, la sostituzione con una misura meno afflittiva.
“Si è rovinato la vita e ne ha tolta una”. Aveva scritto un’amica di Amri il 18 ottobre scorso in un gruppo Whatsapp chiamato “TT le girlz” mentre spiegava alle tante altre amiche che chiedevano cosa fosse accaduto a “Yass” e le invitava ad aprire i siti di informazioni “e basta”.
Non erano ancora passate nemmeno dieci ore dall’omicidio di Hekuran. La polizia stava già interrogando i presenti, ma ancora non era stato eseguito alcun provvedimento nei confronti di Yassin, che arriverà nei giorni successivi. Eppure le ragazze, che si preoccupavano per il loro amico, “me viene da piange non ce posso pensà”, sapevano già tutto. E in quel messaggio, l’unico in cui non si invitavano tra loro a “parlarne di persona” o “chiamare qualcuno a Ponte San Giovanni”, la frase era molto chiara. “Ha tolto una vita” scriveva la ragazza che alle richieste insistenti delle altre precisava, “amò c’è poco da parlà, Yass non c’è e non ci sarà per un bel po’, ha combinato un bel casino”.
Nel commentare quanto successo, senza mai usare altre parole esplicite, le ragazze, che nella chat avevano trovato un audio destinato ad autodistruggersi inviato da Yassin, davano esplicitamente la colpa a Mohamed Abid, detto Simo, finito anche lui in carcere con le accuse di minacce aggravate e porto abusivo di oggetti atti a offendere. “Simo di mxxx - se lo vedo.. sempre con lui sono i guai”.
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