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LA RICORRENZA

Giornata della donna, l’8 marzo in Iran non è una festa ma il ricordo della repressione

07 Marzo 2026, 20:00

Giornata della donna, l’8 marzo in Iran non è una festa ma un atto di resistenza

Mentre il mondo si prepara a celebrare l'8 marzo con fiori di mimosa e cene tra amiche, in Iran le donne non festeggiano. Non per mancanza di voglia, ma perché farlo è ancora — come quarantasei anni fa — un atto di resistenza che può costare la libertà, o la vita.

Eppure proprio oggi, con la Repubblica Islamica stretta tra crisi interna e tensioni regionali che rischiano di sfociare in un conflitto aperto, il ricordo di ciò che accadde nell'8 marzo 1979 torna con una forza straordinaria. Perché quella data non è solo storia: è lo specchio di un presente che non è mai davvero cambiato.

Pochi mesi dopo la Rivoluzione iraniana, che aveva deposto lo scià Mohammad Reza Pahlavi e consegnato il paese all'ayatollah Khomeini, migliaia di donne scesero in piazza a Teheran. Non per protestare contro un nemico straniero, ma contro il loro stesso governo rivoluzionario, che aveva appena imposto il velo obbligatorio negli uffici pubblici. La protesta durò sei giorni. Sei giorni in cui le donne iraniane — laiche, studentesse, professioniste, infermiere — tennero testa a un regime che stava costruendo la propria identità sul controllo dei loro corpi.

La risposta fu la repressione. I gruppi islamisti dispersero le manifestanti, e il ministero dell'Interno di Teheran fu categorico: "In Iran il velo per le donne resta obbligatorio." Da quel momento, l'8 marzo smise di essere una data celebrata. Divenne, invece, una ferita aperta.

In quei giorni tumultuosi si aggirava tra la folla una giovane fotografa, Hengameh Golestan. Con circa venti rullini di pellicola immortalò volti, corpi, gesti di donne a viso scoperto che sfidavano il potere. Era già una pioniera: quando aveva iniziato a fotografare nel 1972, in Iran non esistevano più di quattro o cinque fotografe professioniste. "Era visto come una cosa strana da fare per le donne", raccontò in seguito. "Quando dicevo che ero fotografa, i miei amici e la mia famiglia ridevano."

Dopo il 1979, quando propose quegli scatti ai giornali, nessuno li volle. Il muro del silenzio durò decenni. Solo tra il 2010 e il 2015 quelle immagini trovarono finalmente il loro posto nel mondo, con il progetto Witness 1979, esposto alla Galerie des Filles du Calvaire di Parigi e al Tate Modern di Londra. La storia, alla fine, aveva trovato il suo palcoscenico. Quarantasei anni dopo, niente è cambiato. Tutto è cambiato. Oggi l'Iran vive una stagione di tensioni senza precedenti. Le proteste esplose nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini — uccisa dalla polizia morale per aver indossato il velo in modo "scorretto" — hanno mostrato al mondo che lo spirito del 1979 non è mai morto. Donne giovani, giovanissime, hanno bruciato i loro hijab nelle piazze gridando "Donna, vita, libertà": uno slogan che è rimbalzato da Teheran a New York, da Parigi a Milano. Il regime ha risposto con arresti, condanne a morte, esecuzioni.

Nel frattempo, le pressioni internazionali sul programma nucleare iraniano, le sanzioni economiche, le alleanze instabili con Russia e milizie regionali, hanno reso il paese ancora più chiuso, ancora più violento verso il suo interno. In questa morsa, sono le donne a pagare il prezzo più alto: prime vittime di ogni stretta autoritaria, ultime a vedere riconosciuti i propri diritti quando i governi invocano la sicurezza nazionale per giustificare la repressione.

L'origine della Giornata internazionale della donna non è — come spesso si racconta — il rogo di una fabbrica a New York. È molto più politica di così: nasce da una manifestazione di attiviste a San Pietroburgo, il 23 febbraio 1917 (8 marzo nel calendario gregoriano), che contribuì alla caduta dello zar Nicola II. È una data di lotta, non di festa. Ed è per questo che, in Iran, ha ancora un significato potente.

Celebrarе l'8 marzo, per una donna iraniana, non significa mangiare una torta mimosa. Significa ricordare quelle che nel 1979 hanno osato alzare la testa. Significa onorare Mahsa Amini e le centinaia di donne incarcerate, torturate, giustiziate negli anni successivi. Significa tenere viva una memoria che nessuna repressione — come ha dimostrato Hengameh Golestan con la sua macchina fotografica — riesce davvero a cancellare. Domani, mentre brindiamo, vale la pena ricordarlo.

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