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GIORNATA DELLA MEMORIA

Giovanni Borromeo, chi era il vero professor Prati della serie tv Morbo K: il medico antifascista che salvò decine di ebrei

Andrea Pescari

27 Gennaio 2026, 21:00

Giovanni Borromeo, chi era il vero professor Prati della serie tv Morbo K: il medico antifascista che salvò decine di ebrei

Il prfessor Prati nella miniserie e Giovanni Borromeo (foto da Facebook)

È pronta a debuttare su Rai 1 la miniserie Morbo K, ispirata alla vera storia della malattia inventata nel 1943, durante la Seconda guerra mondiale, per salvare decine di ebrei italiani dalla cattura dei nazisti e dall'atroce destino. La fiction si svolge proprio nel settembre 1943 quando Kappler, capo delle SS di stanza a Roma, minaccia la comunità ebraica chiedendo un tributo in oro: cinquanta chili per non essere deportati. Certo dell'imbroglio, è il primario dell'ospedale Fatebenefratelli a pensare a uno stratagemma geniale per tenere lontane le truppe naziste da un reparto speciale della struttura collocata nell'Isola Tiberina a pochi passi dal quartiere ebraico. Il professor Matteo Prati ha la brillante idea di inventare un virus altamente contagioso che si sta diffondendo rapidamente: il letale Morbo K. Chiunque mostri i sintomi deve essere isolato per evitare l'epidemia. La figura del professor Prati è ispirata a quella del dottor Giovanni Borromeo.

Nella serie: il professor Matteo Prati (personaggio interpretato da Vincenzo Ferrera)

Primario dell'ospedale Fatebenefratelli, è un medico esperto e dal forte senso morale. Quando lo spettro delle deportazioni naziste si fa più concreto, è lui a inventarsi una malattia, il Morbo di K, per salvare quanti più ebrei possibili. Fiancheggiatore dei partigiani, Prati finisce così nel mirino del temibile ufficiale della Gestapo Kappler e mette in pericolo sé stesso e la sua famiglia. La moglie, all'ottavo mese di gravidanza, vorrebbe rifugiarsi con lui e gli altri due figli in Vaticano, ma Prati farà tutto il possibile per i suoi ideali.

Chi è Giovanni Borromeo, il vero primario del Fatebenefratelli di Roma

È nato a Roma nel 1898 da una famiglia di medici. Negli anni Venti rifiuta di prendere la tessera del Partito nazionale fascista, scelta che comprometterà le sue possibilità di carriera. A 35 anni, nel 1933, sposa Maria Adelaide Mangani e diventano genitori di tre figli: Beatrice (1934-2006), Pietro (1937-2019), che ha scritto saggi e romanzi per divulgare la storia del padre, e Maria Cristina (1943). Un anno dopo viene nominato primario dal priore dell'ospedale Fatebenefratelli, situato nell'Isola Tiberina a Roma, fra' Maurizio Bialek. Sotto la sua direzione l'antico nosocomio, ormai ridotto a semplice cronicario, è diventato una delle migliori istituzioni mediche di Roma.

Quando alla fine di settembre 1943, durante l'occupazione tedesca della capitale, è stato ordinato agli ebrei di Roma di consegnare cinquanta chilogrammi d'oro, il dottor Sacerdoti (di origini ebraiche, lavorava nell'ospedale grazie a un documento falsificato) portava in ospedale gli ebrei e li faceva ricoverare con il benestare del professor Borromeo e di Maurizio Bialek. Con il consenso del professor Borromeo e del priore, sono stati tutti accolti con la diagnosi di "malattia K.", che stava per "malattia di Kesselring", comandante delle forze armate tedesche.

All'inizio di maggio 1944 i tedeschi hanno fatto irruzione irruzione nell'ospedale. Ai pazienti era stato stato detto, dal Professor Borromeo, di tossire al fine di spaventare e scoraggiare i tedeschi, incutendogli il timore di contrarre malattie contagiose come la tubercolosi. I tedeschi tuttavia hanno trovato sei ebrei polacchi che si nascondevano su un balcone portandoli via. Sono stati incarcerati a Regina Coeli ma sono sopravvissuti grazie alla liberazione di Roma avvenuta un mese dopo.

Il professor Borromeo partecipa anche alla Resistenza, installando insieme a fra Maurizio, negli scantinati dell'ospedale, una radio ricetrasmittente clandestina, in continuo contatto con i partigiani operanti nel Lazio e soprattutto con il suo amico Generale Roberto Lordi (del quale è medico personale). Una mattina, racconta il figlio Pietro in un'intervista rilasciata a Famiglia Cristiana, una telefonata gela i Borromeo: "Avevo 14 anni e lo ricordo come fosse ieri. Una pattuglia di SS si presentò a casa nostra con l'ordine di portare mio padre al comando di via Tasso," dove la gente veniva torturata e uccisa. Vidi mio padre dare qualche raccomandazione a mia madre, abbracciarla forte e poi la porta che si chiudeva. Tutti eravamo convinti che non lo avremmo mai più rivisto. Invece era stato convocato solo come medico personale di un suo amico, il generale Roberto Lordi, arrestato perché sospettato di collaborare con i partigiani.

Roberto Lordi gli sussurra: "mi tortureranno e io non so se riuscirò a non fare i nomi di tutti e tu devi impararli a memoria con gli indirizzi, i recapiti, tutto, devi avvertirli che si mettano in salvo al più presto."

Quando l'attività di Borromeo era ormai diventata fin troppo rischiosa, è stato l'amico Montini ad aiutarlo. "Firmò una carta d'identità falsa per mio padre, dalla quale risultava che appartenesse al corpo della Guardia Nobile Pontificia. Così trascorse molto tempo in Vaticano, dove conobbe Alcide De Gasperi. Divenne molto amico anche di lui", testimonia ancora il racconto di Pietro Borromeo. E così fino al 4 giugno 1944, quando Roma viene finalmente liberata.

Giovanni Borromeo ha continuato così la sua attività medica all'ospedale Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina. Ha ricostruito il reparto di malattie infettive, mantenendo un ruolo di primaria importanza nonostante le difficoltà post-belliche. È morto a Roma il 25 agosto 1961. Nel 2005 fu dichiarato "Giusto tra le Nazioni" da Yad Vashem per il suo coraggio.

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