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GIORNATA DELLA MEMORIA

Il morbo di K, la vera storia della malattia inventata che salvò gli ebrei dalle persecuzioni nazifasciste a Roma: l'origine del nome

Ilaria Albanesi

27 Gennaio 2026, 20:10

Il morbo di K, la vera storia della malattia inventata che salvò gli ebrei dalle persecuzioni nazifasciste a Roma: l'origine del nome

Il giuramento di Ippocrate passa anche attraverso l'invenzione del morbo di K, con queste parole Pietro Borromeo introduce nel suo libro - Il Giusto che inventò il Morbo di K - l'invenzione del padre Giovanni, primario del Fatebenefratelli che nel 1943 salvò decine di ebrei italiani dalle persecuzioni nazifasciste a Roma.

Il 16 ottobre 1943, a seguito dell'armistizio dell'8 settembre 1943, le truppe tedesche della Gestapo entrarono nel ghetto di Roma - e in altre zone della città - per un rastrellamento che porterà all'arresto di oltre mille persone, la maggior parte delle quali verrà deportata ad Auschwitz. Alcuni di loro, tuttavia, riuscirono a trovare rifugio presso l'ospedale Fatebenefratelli.

In questo contesto Giovanni Borromeo inventa Il morbo di K, una diagnosi grazie alla quale riesce a ricoverare decine di ebrei. Una malattia "contagiosissima", così viene descritta nelle false cartelle cliniche compilate dai medici del Fatebenefratelli. Il morbo, che prende il nome dalle iniziali degli ufficiali nazisti Kesselring e Kappler, aveva l'obiettivo di scoraggiare i nazisti a controllare i nomi dei pazienti.

Nel corso di un controllo da parte delle truppe tedesche, vennero controllati tutti i degenti presenti nell'ospedale. Per salvare i finti malati del morbo di K: "Mio padre - racconta  Pietro Borromeo a Famiglia Cristiana -, aiutato dalla sua perfetta conoscenza del tedesco, spiegò con la massima tranquillità che il morbo di K era terribilmente contagioso, portava quasi sempre alla paralisi, spesso alla demenza, e che non si era ancora riusciti a trovare una cura. Fu talmente convincente che le SS decisero di restare fuori dal reparto e ordinarono al solo medico della Wehrmacht di accompagnarlo. Il poveretto lo seguì terrorizzato, tenendosi a debita distanza dai malati e prendendo per oro colato tutte le spiegazioni che mio padre gli forniva".

Al Fatebenefratelli lavorava, sotto falso nome, anche il medico ebreo Vittorio Emanuele Sacerdoti a cui, nonostante le leggi razziali, era stato dato un posto di praticante studente per segnalazione di suo zio, il noto fisiopatologo Marco Almagià, maestro di Borromeo.

Secondo la testimonianza di Sacerdoti - rilasciata alla Shoah Foundation -, si trattava di suoi pazienti che, sapendolo in ospedale, avevano pensato di rivolgersi a lui per aiuto; sia Borromeo sia i frati non si opposero al ricovero permettendo di salvare la vita di queste persone.

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