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Stasera, mercoledì 21 gennaio, Aldo Cazzullo chiude la stagione di Una giornata particolare con un viaggio nel passato alla ricerca degli scandali politici ed economici che hanno segnato la storia del nostro Paese: la Banca Romana e Tangentopoli.
La Banca Romana
Stasera su La7, alle 21.15, va in onda Una giornata particolare, programma di approfondimento culturale e giornalismo d'inchiesta condotto da Aldo Cazzullo. Il tema è quello dei due scandali che attraversano il nostro Paese: dal 1892, la Banca Romana, al 1992, Tangentopoli. Cento anni dividono le due vicende, ma il tema resta lo stesso: benessere e prosperità sorretti da un apparato fragile, fatto di corruzione e potere. Per capire davvero la portata dello scandalo della Banca Romana, bisogna prima fare un passo indietro: come si crea la moneta? È semplice: lo Stato, tramite la banca centrale, ha il potere esclusivo di emettere denaro e decide quanta moneta mettere in circolazione. Un equilibrio delicato, che serve a tenere sotto controllo l'inflazione e a garantire la stabilità del sistema. In Italia, la moneta viene coniata dall'Istituto poligrafico e zecca dello Stato, che ha la sua sede principale a Roma. Ogni banconota è numerata, firmata e registrata: non si può improvvisare… eppure qualcuno prova a farlo.
Il racconto di questa vicenda inizia con Bernardo Tanlongo, banchiere e politico italiano, che nel 1881 diventa governatore della Banca Romana. È un personaggio da romanzo ottocentesco: di umili origini, punta in alto, costruisce una fitta rete di amicizie importanti, come i politici, il Vaticano e la famiglia reale. Grazie a loro prosegue indisturbato nella sua scalata verso il potere, finché un giorno, nel 1889, il ministro Luigi Miceli dispone un'ispezione alla Banca Romana, e quel che ne consegue finisce sui libri di storia. L'incarico dell'ispezione è affidato a due persone integerrime, che non si sarebbero fermate davanti a nulla: il senatore Giacomo Alvisi e il funzionario Gustavo Biagini. I due scoprono che la banca ha superato i limiti di emissione stampando duplicati di banconote per oltre 9 milioni di lire. Un'operazione delicata e spregiudicata, condotta personalmente da Tanlongo che, oltre ad aver truccato i conti, duplica la moneta: prima fa una copia delle vecchie banconote con lo stesso numero di serie, poi le firma col nome dell'ex governatore, morto da alcuni anni, Giuseppe Guerrini. L'idea di base è: moneta vecchia, vecchia firma. La strategia consiste nel prendere furtivamente il punzone, cioè il timbro con la firma di Guerrini, e procedere con la duplicazione. Purtroppo, la relazione viene insabbiata da Francesco Crispi, statista italiano, ex presidente del Consiglio, che impone il segreto di Stato. Alvisi, tormentato dal segreto imposto da Crispi, sigilla i documenti in una busta, li affida all'amico Leone Wollemborg (economista e deputato dell'opposizione), con l'ordine di aprirla dopo la sua morte, e muore il 20 febbraio 1893 in circostanze torbide. Wollemborg non tiene i documenti per sé, ma li passa a Maffeo Pantaleoni, direttore del Giornale degli Economisti, che a sua volta li fa avere a Napoleone Colajanni. È così che riesplode il caso: nel 1892, Colajanni tuona alla Camera, rivela lo scandalo e accusa i governi di averlo coperto: emissione eccedente di 65 milioni, cambiali rinnovate all'infinito per finanziare politici, giornali e costruttori. L'opposizione grida alle dimissioni, i giornali aprono con titoli a tutta pagina e nasce una commissione d'inchiesta parlamentare che nel 1893 porta all'arresto di Tanlongo, del cassiere Lazzaroni e del principe romano Torlonia, appartenente a una delle famiglie nobili più influenti dell'epoca. I sequestri rivelano prestiti a nomi importanti come Crispi, Giolitti e altri deputati. Giolitti, premier uscente, travolto dalle accuse, si dimette. Ecco la vera nota tragica di questa storia: nel 1894 il processo, presieduto dal magistrato Filippo Sauli D'Igliano, assolve tutti gli imputati, con documenti misteriosamente scomparsi e testimoni confusi su sottrazioni di prove. Tutto questo porta alla nascita della Banca d'Italia nel 1893, che unifica le emissioni per evitare ricadute, mentre Crispi torna al governo come se nulla fosse.

Tangentopoli
Le vicende di Tangentopoli partono nel 1992, quando l'imprenditore Luca Magni, titolare di una ditta di pulizie, stanco di pagare tangenti, denuncia Mario Chiesa, ingegnere socialista del Pio Albergo Trivulzio, alla Procura di Milano e accetta di collaborare con i PM del pool “Mani Pulite”. Colto in flagranza nell'ufficio del Pio Albergo Trivulzio mentre intasca 7 milioni di lire, Chiesa viene arrestato dai carabinieri guidati da Antonio Di Pietro, che registra l'intera scena di nascosto. “Mariuolo isolato”, lo liquida Craxi, ma Chiesa vuota il sacco, rivelando tangenti al 10% su ogni appalto per Dc, Psi e Pci. Da lì esplode l'inchiesta, con arresti a catena: Greganti, il “compagno G” del Pds, Altissimo dei Liberali, Pacini Battaglia, con centinaia di miliardi neri legati a Eni.
Come per lo scandalo della Banca Romana, anche Tangentopoli ha il suo protagonista carismatico: Antonio Di Pietro, il PM che interroga politici e capitani d'industria, diventa eroe nazionale tra fiaccolate e slogan “non mollare”.
Raoul Gardini
Il 23 luglio 1993 Raoul Gardini, patron di Ferruzzi-Montedison, implicato nella supertangente Enimont da 150 miliardi, si spara nella sua casa milanese, alcune ore prima dell'interrogatorio su tangenti a politici. Antonio Di Pietro, che lo aveva convocato in procura, arriva sulla scena. “Abbiamo bisogno di un'ambulanza, è morta una persona in piazza Belgioioso 2. Ha 60 anni, si chiama Raul Gardin”. Il PM appoggia la pistola dal comodino per verificarla, creando inizialmende un dubbio sulla dinamica della morte dell'imoprenditore. Poi il procuratore chiarirà: “L'ho spostata io stesso quando sono arrivato e abbiamo preso atto che, sì, era…”. E Di Pietro questo particolare lo racconta ad Aldo Cazzullo. Intanto gli eventi precipitano e la valanga finisce col travolgere anche Bettino Craxi, all'epoca segretario del Psi e premier, il quale al processo Cusani, trasmesso in TV, nega il sistema, ma ammette: “Lo facevano tutti”. Forlani, esponente della Democrazia Cristiana e più volte ministro e segretario del partito, balbetta “non ricordo”.
Craxi, colpito da avvisi su All Iberian, società finanziaria off-shore utilizzata per occultare fondi neri, nel 1994 fugge ad Hammamet, in Tunisia, evitando l'arresto. Muore latitante il 19 gennaio 2000, tra le braccia di sua figlia Stefania, la quale ha sempre difeso la memoria del padre, negando il mito del “tesoro” personale. Il “mito del tesoro” di Craxi si riferisce alla leggenda secondo cui avrebbe nascosto ingenti somme di denaro all'estero. Secondo la versione della famiglia, si trattava di fondi del partito — non personali — svaniti con la dissoluzione del Psi. Ha raccontato spesso che Bettino si caricò da solo i pesi di Tangentopoli per coprire gli altri, che aveva rinunciato ai funerali di Stato e che non lasciò un soldo in eredità.
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