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L'apocalisse del Vajont, stasera su La7 il racconto di una giornata particolare di Aldo Cazzullo

Clementina Civitavecchia

14 Gennaio 2026, 13:51

L'apocalisse del Vajont, stasera su La7 il racconto di una giornata particolare di Aldo Cazzullo

Questa sera a Una Giornata Particolare, condotta da Aldo Cazzullo su La7, alle 21.15, si parlerà della diga del Vajont, una delle più grandi tragedie della storia del nostro Paese. Il 9 ottobre 1963, alle 22.39, nella valle del Vajont, al confine tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia, una massa di circa 263 milioni di m³ di roccia si stacca dal Monte Toc e piomba nel bacino artificiale: l’impatto solleva un’onda che supera di circa 250 metri il coronamento della diga, colpisce Casso e alcune località del comune di Erto e Casso, poi scavalca il manufatto e si riversa nella valle del Piave, cancellando Longarone (Belluno). I morti sono 1.917, tra cui 487 bambini e adolescenti; alcuni corpi non verranno mai ritrovati. Due soli i responsabili condannati, alla fine, di quest’immane tragedia.

La storia

La valle, stretta e profonda tra le Dolomiti, tra la provincia di Belluno e quella di Pordenone, viene considerata «ideale» per un grande invaso già a inizio ’900 e nel 1940 la Sade (Società Adriatica di Elettricità) ottiene l’autorizzazione per una diga da circa 200 metri e un serbatoio da 50 milioni di m³. Negli anni successivi il progetto cresce per varianti e concessioni: nel 1943 arriva un voto favorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici, seppur con una presenza ridotta; nel 1948 i documenti tecnici rassicurano sulla qualità della roccia ma, nello stesso tempo, si ragiona già di alzare ulteriormente il livello del serbatoio (con dubbi espliciti). Poi partono terreni, accordi e opere «compensative». Quando si arriva al 1956 si entra nella fase operativa: i lavori iniziano e proseguono fino al 1963, quando la SADE porta la quota dell’invaso (cioè il livello di riempimento del lago artificiale) al suo massimo: quota 710 metri s.l.m.

La diga in numeri:

261,60 metri di altezza

190,15 metri di lunghezza al coronamento

725,50 metri di quota del coronamento

22,11 metri di spessore alla base

3,40 metri di spessore alla sommità

168 metri di corda in sommità

360.000 m³ di calcestruzzo

400.000 m³ di roccia asportata

La diga era tra le più imponenti del mondo, tanto da essere definita «nastro azzurro delle dighe ad arco», «gloria della tecnica», «vanto dell’ingegneria italiana». E forse fu proprio così, considerando che l’unica struttura rimasta in piedi dopo la distruzione totale fu solo lei. Ancora oggi è visibile ai turisti che accorrono per visitare i luoghi di una tragedia che poteva essere evitata: durante la realizzazione di questo progetto, infatti, arrivano segnali che non suonano affatto “tranquilli”.

I gravi pericoli

Nell’agosto 1957 il geotecnico Leopold Müller parla di pericolo di frana sulla sponda sinistra. Nel 1959 si stacca la frana di Pontesei, la Sade incarica il consulente Pietro Caloi di indagini geofisiche e Müller, ancora, chiede nuove verifiche sulla stabilità dei fianchi del futuro lago. Nel marzo 1960, durante il primo invaso (la prima prova di riempimento del bacino), si stacca un’altra frana dal Monte Toc e precipita nel lago (i segni erano ancora visibili e documentati nel 1963, come si vede chiaramente in alcuni video dell’Archivio di Stato di Venezia). A fronte di questo, nel 1961 i tecnici della Sade, consapevoli del potenziale rischio a cui era sottoposta la zona circostante la diga, costruiscono un by-pass sul fondo del lago che collega la parte nord (quella vicino a Erto) alla diga stessa. Questa galleria, in caso di frana, avrebbe preservato il lago e l’impianto idroelettrico, «non le popolazioni», denunceranno gli abitanti dopo la tragedia. E in tutto questo c’è chi denuncia la pericolosità della situazione: lo fa la giornalista Tina Merlin, che segue da anni la vicenda, ascolta gli abitanti e porta la questione fuori dalla valle. Su L’Unità, il 5 maggio 1959, pubblica un’inchiesta sulla valle e sulla diga: «La Sade spadroneggia, ma i montanari si difendono. Gravi pericoli per l’esistenza stessa del paese». Per quell’articolo lei e il direttore vengono denunciati e portati a processo per procurato allarme, da cui sarà prosciolta. Ma la giornalista non si arrende.

Merlin continua a scrivere, e un passaggio chiave è quello in cui parla di “sicuro pericolo” legato alla formazione del lago e di rischio sempre più “incombente”. Nonostante il suo infaticabile impegno, la sua voce, come quella di tanti altri (addetti ai lavori e abitanti della valle), non arriva. E alle 22.39 del 9 ottobre 1963 una frana si stacca dal Monte Toc e cancella 1.917 anime, tra cui 487 bambini. “È stato un genocidio”, scrive Merlin sulle pagine de l’Unità l’11 ottobre 1963. È chiaro: per lei è un genocidio. Tutto questo era prevedibile da anni, perché chi progettava e gestiva l’invaso sapeva di lavorare su un terreno fragile e su un versante instabile. Rivendica che ci sono responsabilità morali e materiali: racconta di aver seguito la vicenda non solo da giornalista, ma da persona di quelle montagne, e ricorda le paure degli abitanti di Erto, le crepe, le richieste d’aiuto, il comitato, i ricorsi e le proteste. Cita anche pareri tecnici contrari e un atto del Consiglio Provinciale che chiedeva misure di sicurezza, rimasto senza conseguenze. Poi entra nel punto più duro: lei aveva scritto su l’Unità ciò che poteva accadere, fu accusata di allarmismo e processata a Milano; venne assolta grazie alle testimonianze della gente del posto. Ma, nonostante quel verdetto e nonostante i segnali, le autorità lasciarono andare avanti gli “esperimenti” e i finanziamenti pubblici. Chiude con un rimorso personale (“non aver fatto di più”), però soprattutto con una richiesta netta: non basta piangere, ora la giustizia deve giudicare e bisogna imparare.

I responsabili

Da un documento della Fondazione Vajont, il percorso giudiziario per l’individuazione dei responsabili di questa tragedia si riduce via via fino a “restringere” il numero degli imputati a due.

20 febbraio 1968: il giudice istruttore deposita il provvedimento penale contro molti imputati, tra cui Alberico “Nino” Biadene (ingegnere, dirigente tecnico Sade/Enel, figura chiave nella gestione dell’impianto e del bacino) e Francesco Sensidoni (ingegnere, capo del Servizio Dighe e membro della Commissione di collaudo, cioè del controllo tecnico statale).

17 dicembre 1969 (primo grado): condannati Biadene, Batini (ingegnere tra i responsabili tecnici chiamati in giudizio) e Violin (ingegnere del Genio Civile) per non aver avvertito e non aver avviato lo sgombero; assolti gli altri. Non viene riconosciuta la prevedibilità della frana.

3 ottobre 1970 (appello): la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni (frana, inondazione e omicidi) e assolve/derubrica gli altri.

Qui il cerchio si stringe davvero a due nomi: Alberico “Nino” Biadene e Francesco Sensidoni. La Cassazione, nel marzo 1971, li riconosce colpevoli del disastro come unico reato di inondazione aggravata, ricomprendendo frana e omicidi colposi. Entrambi oggi non sono più in vita: Sensidoni muore nel 1974, Biadene nel 1985. Nelle ricostruzioni e nelle carte disponibili non emerge una loro ammissione pubblica di colpa: risulta, piuttosto, che abbiano continuato a sostenere le proprie ragioni e la propria correttezza.

I superstiti

Le scene di quella catastrofe sono ancora incise negli occhi di chi è sopravvissuto. Per settimane, i superstiti si aggirarono nel fango cercando il punto in cui, fino a poche ore prima, c’erano le loro case. “C’erano i morti appesi ai rami degli alberi”, ricorda una superstite. Arnaldo Olivier racconta che allora aveva 17 anni. «Era un mercoledì di Coppa», le serate in cui si giocava la Coppa dei Campioni, e quindi “tutti al bar”: in tv c’era il Real Madrid, impegnato contro i Rangers di Glasgow. Molti abitanti delle zone limitrofe si erano ritrovati a Longarone, la “Milano della valle”, per seguire la partita nei locali. C’era anche lui, ma sul 2-0 decise di tornare a casa: “Una premonizione”, dice. Poi, all’improvviso, un fragore indescrivibile. Un’ondata d’acqua lo avvolse e lo trascinò in cucina, sbattendolo da una parte all’altra finché riuscì a fermarsi aggrappandosi e salendo su qualcosa che lo teneva ancorato: sua madre. In pochi attimi furono sommersi dal fango; la sua paura più grande era che lei fosse morta. Suo padre, miracolosamente illeso, li raggiunse, li liberò dai detriti e insieme portarono la madre in camera per ripulirla. Arnaldo riuscì a trovare un varco per scappare da quella trappola: qualcuno gridava, nel buio, “Se siete vivi, venite qua”. Dopo essersi messi in salvo, arrivarono gli alpini dal Cadore: “Un miracolo”, ripeteva sua madre.

Gino Mazzorana aveva 10 anni quella notte. Viene sbalzato dal letto e resta sommerso dal fango: si salva, contro ogni statistica. Sessant’anni dopo, in un cimitero, incrocia un uomo che riconosce “a pelle”: è Feliciano Antoniazzi, l’alpino di 21 anni tra i primi a entrare nelle macerie e a tirarlo fuori. Mazzorana ha reso onore alla valle prestandosi come guida volontaria al cimitero monumentale di Fortogna (Belluno), un grande spazio ordinato, fatto di lapidi tutte uguali. A Fortogna c’è anche un percorso di memoria lungo il quale non è raro incontrare guide volontarie, anche sopravvissuti o figli e nipoti di chi quella notte c’era.

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