Cronaca
La giornalista perugina Laura Santi
Una cosa Laura Santi aveva chiesto nella sua ultima lettera, resa nota dopo la sua morte: “Pretendete una legge giusta”. Era stata lei stessa a maggio dello scorso anno, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, a lanciare la campagna di raccolta firme per la proposta di una legge regionale sul fine vita, come in Toscana. E ieri, a un anno esatto dalla costituzione del comitato promotore, Liberi subito in Umbria, il marito di Laura, Stefano Massoli e Alice Spaccini, hanno presentata in Commissione III Sanità del consiglio regionale dell’Umbria la proposta di legge di iniziativa popolare che porta il nome, e soprattutto la storia, di Laura Santi. Le firme, depositate a settembre, erano state validate e la proposta era stata dichiarata ammissibile lo scorso novembre.
È stato emozionante - dichiarano Massoli e Spaccini - portare in quella sede una battaglia che Laura ha voluto con forza e determinazione. Abbiamo spiegato ai consiglieri perché questa legge è necessaria e urgente: chi si trova nelle condizioni previste dalla sentenza 242 del 2019 non può attendere anni per vedersi riconosciuto un diritto. Laura ha atteso oltre due anni e otto mesi. Una legge regionale che disciplini in modo chiaro e tempestivo la presa in carico delle richieste di suicidio assistito e che attribuisca responsabilità certe alle strutture sanitarie e garanzie reali alle persone è necessaria per evitare che situazioni analoghe si ripetano”.
“A seguito della sentenza 204 del 2025 - recita una nota dell’associazione Coscioni - che ha riconosciuto la piena potestà legislativa delle Regioni in materia, è stata richiamata la responsabilità politica della Commissione. In Italia il suicidio assistito è oggi consentito, anche in assenza di una legge regionale, grazie alle pronunce della Corte costituzionale, intervenuta più volte sul tema. Ciò che manca sono procedure definite e garanzie operative adeguate alle esigenze. In assenza di una normativa, sono le persone malate a sopportare le conseguenze di questo vuoto, spesso costrette a percorsi giuridici lunghi e complessi”.
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