Attualità
Guido Mattioli e Carla Grisanti
C’erano una volta i sacrestani. Figure silenziose ma indispensabili nella vita delle comunità: aprivano le chiese all’alba, suonavano le campane, custodivano altari e tradizioni. Un tempo erano parte naturale del paese. Oggi, quasi ovunque, sono scomparsi. E anche a Montefalco quella storia ha rischiato di ripetersi.
La chiesa di Sant’Agostino, costruita nel 1275 e affacciata sul salotto del borgo, corso Mameli, per un periodo ha davvero rischiato di restare chiusa. Un paradosso per uno dei luoghi più suggestivi della città di Benozzo Gozzoli, meta quotidiana di turisti e visitatori.
A evitare che il grande portone rimanesse sbarrato sono stati due cittadini: Carla Grisanti, commerciante, e Guido Mattioli, ex consigliere comunale.
Da aprile 2025 hanno raccolto l’appello del parroco ad interim di San Bartolomeo, don Luca Gentili. L’età avanzata dei volontari storici non permetteva più di garantire l’apertura quotidiana della chiesa. Così hanno deciso di mettersi a disposizione.
Ogni mattina alle nove Carla spalanca il pesante portone di legno. La sera è Guido a richiuderlo, quando il borgo si svuota e le luci scendono tra le pietre medievali. In autunno e in inverno intorno alle 18, mentre d’estate e nei fine settimana la chiusura slitta di qualche ora.
“È l’unica chiesa del borgo aperta tutti i giorni - spiegano - perché i molti turisti che arrivano a Montefalco vogliono visitarla”.
Il motivo è noto: all’interno, custodito in una teca lignea, si trova il corpo mummificato del Beato Pellegrino di Montefalco.
La tradizione racconta che nel XIV secolo il pellegrino chiese ospitalità ai frati agostiniani. Prima di ritirarsi tornò in chiesa a pregare. Il mattino seguente il sacrestano lo trovò morto, seduto accanto al confessionale. Nella stessa posizione in cui è ancora visibile oggi.
Una storia che affascina i visitatori e che ha trovato nuova eco anche sui social grazie a Bruna Tamburini, montefalchese doc e membro dell’Accademia locale per la storia, l’arte e la cultura.
“Molti turisti - raccontano Carla e Guido - appena entrano dalla porta del paese chiedono subito della chiesa con i resti del Beato Pellegrino. È una curiosità che non vogliono perdere”.
Entrano, osservano in silenzio, accendono una candela e lasciano offerte. “Con quei soldi il parroco riesce a pagare la luce di Sant’Agostino e delle altre chiese”. Dietro quel portone aperto c’è anche il lavoro discreto di altri volontari. Una volta al mese, per le pulizie più impegnative, arrivano tre parrocchiane: Graziella, Cristina e Onia. L’ordinario, invece, lo gestiscono Carla e Guido.
E attorno alla chiesa si è stretta anche la comunità. “La scorsa estate - raccontano - tutti i commercianti di Montefalco hanno raccolto fondi per comprare le piante per la chiesa”.
Un segno di affetto per uno dei simboli del borgo. L’amministrazione comunale ha voluto ringraziare i volontari per questo servizio prezioso, ricordando che Montefalco non è soltanto terra di vino e di olio, ma anche un patrimonio di arte, storia e tradizione.
“La facciata di Sant’Agostino - osserva Carla - è in stile gotico, con un elegante portale ogivale e un rosone molto originale”. All’interno restano tracce di affreschi di scuola umbra e toscana, tra il XIII e il XVII secolo. “La semplicità di questo tempio - conclude - è tipica degli ordini mendicanti”. E oggi quella semplicità continua a vivere grazie a due chiavi che ogni giorno girano nella stessa serratura. E a un portone che, a Montefalco, ha ricominciato ad aprirsi.
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