la storia
Durante la Prima Guerra Mondiale, nell'orrore delle trincee, i soldati soli ricevevano parole di conforto da donne sconosciute: le madrine di guerra. Da quelle parole, spesso nate nel silenzio e nella nostalgia, fiorivano sentimenti profondi: gratitudine, affetto sincero, e talvolta anche un amore autentico.
È il 1915, il mondo è in guerra da un anno ma più che nelle cancellerie, si combatte nelle trincee. Dall'Umbria partono 134.000 uomini, di cui 12.967 non faranno più ritorno. Le città si svuotano: a Perugia e Foligno, l'illuminazione pubblica viene ridotta, le botteghe chiudono presto, e dopo le dieci di sera le strade sono deserte.
Le donne
Alle donne resta il compito di reggere il tessuto sociale e familiare. In Umbria, iniziano a sostituire gli uomini in diversi servizi essenziali: controllore di biglietti, operatrice ecologica, postina, manifatturiera. Lavorano anche nelle industrie ausiliarie come la Perugina, convertita alla produzione bellica sotto la guida di Luisa Spagnoli. Nei campi, sostituiscono gli uomini nei lavori agricoli; nei laboratori, si occupano della riparazione degli indumenti militari. A Perugia e Foligno, donne dell'aristocrazia e della borghesia si mobilitano in comitati di assistenza, raccolgono indumenti e viveri, organizzano mense e supporti per le famiglie dei soldati. Operano anche negli Uffici per le notizie ai familiari dei militari, sul modello creato a Bologna da Lina Bianconcini Cavazza. Le dame visitatrici girano tra fabbriche e case, portando lettere, annunciando feriti o dispersi, offrendo consolazione o speranza.

Nelly che scriveva da Foligno
Poi c'è un altro tipo di missione, più intima e discreta: quella delle madrine di guerra, donne individuate da parroci, cappellani o ufficiali per scrivere a soldati che non avevano nessuno. Quei militari diventavano i loro figliocci. Un'iniziativa nata in Francia, poi diffusasi anche in Italia. In tre anni e mezzo, furono spediti oltre quattro miliardi di lettere e cartoline: un flusso epistolare imponente, un'ancora emotiva e psicologica per chi rischiava la vita ogni giorno. Come vere amiche (o fidanzate), le madrine raccontavano la quotidianità, spedivano fotografie, piccoli oggetti, parole di affetto. Era un lavoro silenzioso, ma potente.
“Zona di Guerra, 6 settembre 1917. Graziosa e gentile Amica! Troppo felice che abbiate conservato nel fondo dei vostri ricordi un piccolo posto per il Granatiere di Sardegna. Grazie, sono commosso e felice, perchè io penso a voi più spesso di quanto pensi … alla Pace”, così scriveva Maurice alla sua madrina Elena Tommasuoli di Foligno, che nelle lettere si firmava Nelly Benedettini. I suoi figliocci erano soldati semplici prestati alle armi e strappati dalle loro vite, ma altri avevano un buon livello culturale, come i cinque di cui oggi è possibile leggere le lettere: Corrado Bartoli (tenore bolognese), Plinio del Corto (studente in medicina di Lucignano, Arezzo), Maurizio della Bona (di Parigi, scriveva in francese), Rovelli o Savelli (attore romano), Aldo (avvocato torinese). Quella corrispondenza è stata raccolta dalla nipote della madrina di guerra, Elena Laureti, e pubblicata nel volume “Lettere alla madrina di guerra Elena Tommasuoli” (Michelangelo Spadoni Editore, 2018).
Nelle lettere che si scambiavano le madrine e i figliocci si raccontava la vita vera: la brutalità del fronte, la paura della morte, la nostalgia, la speranza. Tra quelle righe, a volte, nasceva qualcosa di più: storie d’amore, sincere e durature, che continuavano anche dopo la guerra.
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