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la memoria

Quando tornò a casa pesava 38 chili: la storia di Franco Nardone, il partigiano di Foligno sopravvissuto all'inferno di Mauthausen

Alfredo Doni

27 Gennaio 2026, 13:04

Quando tornò a casa pesava 38 chili: la storia di Franco Nardone, il partigiano di Foligno sopravvissuto all'inferno di Mauthausen

“Andai a vedere Schindler’s List con papà. Un colpo allo stomaco per la crudeltà, ma all’uscita lui mi disse: ‘Magari fosse stato così…”. In questa frase, affidata a un post Instagram da Rita Nardone, è racchiuso l’abisso di chi l’inferno l’ha guardato negli occhi. Suo padre era Franco Nardone, la matricola 76471 di Mauthausen. Quando riuscì a tornare a casa, a Foligno, quel giovane studente e partigiano pesava appena 38 chili.

Oggi, 27 gennaio, a ottantuno anni dalla liberazione di Auschwitz, la storia di Franco torna a scuotere le coscienze. Non è solo un racconto di sofferenza, ma una testimonianza di umanità rimasta intatta nonostante il fango e la fame dei lager.

Dalla cattura a Scopoli all'inferno di Mauthausen

La vicenda di Franco Nardone inizia tra le montagne umbre. Nel settembre del 1943 si unisce al primo gruppo di partigiani a Cancelli. La sua lotta per la libertà si interrompe bruscamente il 3 febbraio 1944, quando viene catturato nella frazione di Scopoli a causa di una soffiata. Da lì, il calvario burocratico e fisico della deportazione: le carceri di Perugia, poi il campo di transito di Fossoli — nella "baracca dei perugini" — e infine, il 21 giugno, il viaggio senza ritorno verso l'Austria, verso Mauthausen.

Destinato ai sottocampi di Wiener Neustadt, Florisdorf e Gusen, Franco ha vissuto l'orrore della cava, ha visto le camere a gas e ha subito il lavoro massacrante che riduceva gli uomini a ombre. Eppure, è sopravvissuto. La sua liberazione ha una data e un orario precisi: 5 maggio 1945, ore 17:05.

Il diario: Un partigiano a Mauthausen

Per anni Franco ha custodito il silenzio, poi quel silenzio è diventato inchiostro. Il suo diario, intitolato "Un partigiano a Mauthausen", è oggi un libro prezioso dedicato ai compagni uccisi durante la cattura del '44. Tra le pagine emerge il ritorno alla vita, l'incontro sulla strada di casa con l'amico Primo Micheli e la volontà di non lasciare che l'oblio cancellasse il sacrificio di milioni di persone.

Recentemente, il libro è stato presentato ad Assisi alla presenza della vedova, dei figli e dei sindaci di Assisi e Foligno. In quell'occasione è emerso il tratto distintivo dell'uomo: l'umanità.

Il perdono e la condanna

Franco Nardone, scomparso nel settembre del 1998, ha lasciato un testamento morale spiazzante: “Io perdono tutti, anche il popolo tedesco”. Ma il suo non era un colpo di spugna. Era un distinguo netto tra le persone e il sistema: “Mai potrò giustificare il nazismo — scriveva — perché è stata una vera e propria organizzazione criminale. Se lo facessi, offenderei i milioni di prigionieri trucidati”.

Oggi, guardando la foto di quella copertina postata dalla figlia, la storia di Franco Nardone smette di essere solo cronaca del passato e diventa un impegno per il presente. Perché quel “Magari fosse stato così”, pronunciato fuori da un cinema, ci ricorda che la realtà del lager è stata di gran lunga superiore a qualsiasi finzione cinematografica.

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