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Duello tra donne mai visto prima

Margherita Scoccia Margherita Scoccia e Vittoria Ferdinandi

Mai, in oltre 41 anni di storia del Corriere dell'Umbria, avevamo assistito a uno scrutinio con una lotta così serrata come quello di ieri, martedì 11 giugno, a Perugia. La vigilia aveva lasciato intendere la possibilità di un testa a testa tra Margherita Scoccia, per il centrodestra e Vittoria Ferdinandi, per il centrosinistra, ma quello a cui si è assistito nel capoluogo regionale è qualcosa che rasenta l'incredibile che nessuno avrebbe potuto prevedere: più si andava avanti con le sezioni scrutinate e più appariva evidente l'equilibrio di marcia, con un'altalena di pochissime preferenze prima a favore dell'una e poi dell'altra. E dietro loro, tutti gli altri tre candidati, distanti anni luce. La stragrande maggioranza degli elettori perugini, insomma, si è sfidata in un campo che ha visto solo due giocatrici. E a nessun altro è stato permesso di prendere palla. Il rosso contro il nero, in una tenzone all'ultimo colpo che si è conclusa con la necessità di un nuovo turno. Anzi, di un secondo ballottaggio, visto che quello di martedì 11 gennaio può essere considerato a pieno titolo, per i protagonisti ridotti subito a due, il primo. Ma al ballottaggio non va solo Perugia: Foligno (a sorpresa, anche se il nostro sondaggio aveva avvisato), Gubbio (dove era scontato, ma non con un ko per il centrosinistra), Bastia Umbra e Orvieto saranno chiamate di nuovo alle urne domenica 23 e lunedì 24 giugno. La tornata elettorale di inizio giugno, quindi, in Umbria va in archivio solo per 55 dei 60 Comuni. C'è bisogno dei supplementari. E le sorprese - già tante se si spulciano i risultati che pubblichiamo in queste pagine -, potrebbero non essere finite. Intanto, scrutinate le schede e conosciuti i risultati del weekend appena passato, sono tante le valutazioni da fare. Innanzitutto, c'è un'Italia che risponde con scarsa partecipazione alla chiamata alle urne per rinnovare il parlamento europeo: nemmeno la metà degli italiani ha raggiunto i seggi. Mentre c'è un'Umbria che si impegna di più, ma probabilmente solo perché c'erano da eleggere i sindaci, anche di importanti città della provincia di Perugia. Stessa cosa in Piemonte, dove si è votato anche per le regionali. Ergo: se non ci fossero state le amministrative, ahimè, la media nazionale dell'astensionismo, probabilmente, sarebbe stata ben più alta. Come già osservato per le regionali di aprile in Basilicata, ormai coloro che non votano rappresentano il primo partito d'Italia. E' un partito che esprime una volontà di non partecipare che, democraticamente, va rispettata, ma la sua crescita non può non preoccupare. Non tanto perché - come osservava già Platone, più di 2 mila anni fa e senza voler togliere nulla agli eletti di questa tornata elettorale - c'è sempre il rischio che si riveli colpevole di aver lasciato spazio agli irresponsabili e agli incapaci di governare chi non va a votare. Ma perché significa che avremo sempre più maggioranze di minoranze che si recano al voto. Tutto democratico, ripeto, ma non lamentiamoci, poi, delle scelte che vengono fatte o che vengono imposte. Né, tantomeno, di quelle che non vengono fatte.
Inoltre, dai risultati emersi ieri ci sono nuovi scenari che cambiano alcuni equilibri: l'Unione europea vira verso l'estrema destra anche se, tuttavia, democristiani e socialdemocratici dominano i risultati e, per questo, continueranno a guidare l'Europa. Calano i partiti verdi, quelli che dell'ambientalismo fanno la loro prima battaglia. L'effetto Greta, forse, è già finito? Chissà. Di sicuro certe imposizioni, come quelle sull'agricoltura, sulle case green e sull'industria automobilistica, non sono piaciute a molti. Incredibile, per noi italiani, quanto accaduto in Francia: il presidente Macron, prima ancora di vedere i risultati definitivi, si rende conto della pesante sconfitta e del trionfo dell'estrema destra e indice nuove elezioni, addirittura per il 30 giugno e alla vigilia dell'apertura delle Olimpiadi di Parigi. Se in Italia accadesse una cosa simile, con risultati altrettanto clamorosi ai danni di un governo, di qualsiasi colore, quale leader sarebbe pronto a prendere una decisione analoga con la stessa rapidità? I risultati italiani delle europee, invece, premiano FdI e Giorgia Meloni, ma anche Pd ed Elly Schlein e costituiscono una dura batosta per la coppia Matteo Renzi - Emma Bonino che, con Stati Uniti d'Europa, non arrivano al 4 per cento e vedono infrante, contemporaneamente le ambizioni di un posto a Bruxelles e il sogno di rappresentare in futuro i centristi italiani. Duro colpo anche per per Stefano Bandecchi (Alternativa Popolare) e Michele Santoro (Pace Terra e Dignità). Male pure il Movimento 5 Stelle e la Lega, nonostante l'effetto Vannacci abbia probabilmente attutito un colpo più duro e permetta a Matteo Salvini di tenere a bada (forse) chi rumoreggia all'interno. Bene, tutto sommato, Forza Italia anche se Antonio Tajani si aspettava qualcosina di più e deve accontentarsi di poter, comunque, dire di aver superato la Lega. Ora Tajani sogna un traguardo del 20 per cento alle future politiche: ambizioso, ma al centro - senza Renzi e altri avversari - ci sono sicuramente tanti voti da prendere, quantomeno se si punta agli astenuti. Festeggia anche la coppia Nicola Fratoianni - Angelo Bonelli che, con Alleanza Verdi Sinistra, superano lo sbarramento e regalano un seggio a Ilaria Salis. Riassumendo, per il centrodestra al governo dell'Italia cambia pochissimo: Meloni, se Tajani e Salvini non finiranno per litigare, può proseguire in tranquillità l'attuale azione di governo. Per il centrosinistra, invece, è evidente che il timone di una eventuale futura coalizione Pd-Cinquestelle, da tanti auspicata, spetterebbe ai democratici. E, dentro al Pd, Schlein rafforza la sua posizione. Mentre è evidente, ancora una volta, che se la coalizione fosse più larga, il centrosinistra potrebbe sicuramente ottenere di più: Avs può portare una quota consistente di consenso, mentre liste come quelle di Calenda e Santoro non ottengono nulla di più che togliere voti a una possibile valida alternativa al centrodestra.

Sergio Casagrande inizia l'attività giornalistica all'età di 14 anni, nel 1981, come collaboratore de Il Tempo e della Gazzetta di Foligno. E' stato il più giovane pubblicista (1985), il più giov...