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Sono troppi 20 giorni di tempo per rendere valide le dimissioni

Stefano Bandecchi Stefano Bandecchi

Avanti un altro. Stefano Bandecchi, con le sue dimissioni da sindaco di Terni, pone una questione che prima o poi la politica nazionale dovrà affrontare. Perché se si è innovata la democrazia affidando ai cittadini la scelta di chi li deve governare nei loro territori, poi bisogna correggere le distorsioni che esistono. E si tratta delle modalità di un gesto legato a procedure davvero antiche. Me ne vado, ma tutto diventa efficace tra venti giorni. Si tratta di una norma che al giorno d'oggi risulta abbastanza bizzarra, perché nell'epoca della comunicazione veloce, dei social che impazzano, venti giorni rappresentano
un'era geologica. Bisogna prendere decisioni, convocare riunioni, battere il tempo che scorre impetuosamente, ma tutto invece si ferma e solo nel Comune. Tutto regolare, per carità, perché è scritto nel testo unico degli enti locali all'articolo 53 (varato nel 2000) e prima ancora deciso con la legge 142 del 1990 sull'ordinamento istituzionale del territorio. Fu una regola, ci spiegano ancora oggi al Viminale, che fu introdotta per far sì che, di fronte ad un evento traumatico come le dimissioni di un sindaco, si potesse usufruire di una fase temporale per far decantare la crisi, allo scopo di evitare elezioni anticipate in un comune. Ma erano davvero altri tempi, davvero legati più alla riflessione che all'isteria (e non è certo il solo caso Bandecchi a determinare le nostre preoccupazioni). La vicenda che esplode in seno all'amministrazione di Terni porta però alla luce un problema di non poco conto, anche alla luce della personalità - diciamo prorompente - del personaggio. Ma sarebbe ingeneroso limitarla a lui perché qualunque sindaco oggi ha un proprio bagaglio che lo porta a ritenersi interlocutore solo di chi rappresenta, i cittadini, e non dei consigli comunali, che di solito rappresentano la causa del conflitto (ma non pare così in questo caso, stando alle dichiarazioni del sindaco dimissionario al Corriere dell'Umbria dei giorni scorsi). In poche parole, quella norma ha ancora una ragione di esistere (nelle regioni ad esempio non c'è, eppure sono enti ancora più rilevanti per la vita di cittadini, famiglie e imprese)? "Le dimissioni del sindaco e della Giunta diventano effettive a partire da 20 giorni dalla data della loro comunicazione o di presentazione al consiglio comunale" In quei venti giorni può succedere di tutto tra conferma o revoca della dimissioni. Il suk, la "trattativa" tra sindaco dimissionario e partiti che dovrebbero sostenerlo, minacce e quanto altro si possa immaginare. Ha ancora un senso? Oggi si vive la politica su twitter o Instagram, facebook e i social in genere diventano il luogo della discussione e noi dobbiamo aspettarci ogni volta che tutto esploda sotto lo sguardo incredulo di chi ha un account, un profilo, una pagina? Sulla rete nascono e muoiono le crisi politiche, i partiti, le comunità in generale. Venti giorni per l'efficacia delle dimissioni richiamano i tempi lunghi che servono all'Inghilterra per seppellire i suoi sovrani. Da Bandecchi, vista la modalità con cui ha comunicato la sua volontà di andarsene da sindaco della città dove è stato eletto un anno fa, dobbiamo aspettarci grosso modo un video al giorno per venti giorni per raccontarci quello che succede nel frattempo? Proviamo a immaginare se davvero fosse animato dalla volontà di provocare chi deve averlo colpito al punto di volersene andare dal Comune che aveva conquistato contro tutti. Intanto la città è costretta a convivere con un'amministrazione che improvvisamente si addormenta mentre si infuocano le discussioni; e si creano i partiti del chi ha ragione e chi ha torto, i problemi si accumulano e le soluzioni agli stessi non le cerca nessuno. È proprio così, il mantenimento di una regola del genere non ha proprio più senso. Ma è possibile che in Parlamento a nessuno venga in mente di cancellare l'articolo di legge che fa ballare per 20 giorni le città con le dimissioni di un sindaco? Se un primo cittadino decide di lasciare l'incarico, siamo di fronte ad un atto grave che non si può trascinare per quasi un mese. Se quel sindaco ha bisogno invece di "trattare" con i propri litigiosi alleati interni o esterni al suo partito la propria permanenza nell'incarico, lo fa prima e non dopo le dimissioni. Altrimenti minacciarle diventa solo un gioco al massacro nei confronti della città. Tanto più che nel caso di Terni, Stefano Bandecchi le motiva con contrasti nel suo partito. E che cosa bisognerebbe aspettarsi che succeda per farle ritirare? Un altro congresso di Alternativa popolare? O che altro? Ma non scherziamo...