VOLLEY
C’è una differenza sottile ma gigantesca tra chi arriva a una Final Four per sopravvivere e chi ci sbarca per comandare. La Sir Susa Scai Perugia a Torino non ci va con l’ansia dell’ultima occasione, come accadde dodici mesi fa a Lodz. Stavolta ci arriva da regina. E le regine, nello sport, fanno sempre più paura. Lo scudetto cucito sul petto mercoledì notte nel catino del PalaBarton contro la Lube - il terzo della storia bianconera - ha cambiato la prospettiva e pure il peso specifico della squadra di Angelo Lorenzetti. Non più una corazzata bellissima ma incompiuta, non più un gruppo costretto ogni anno a rincorrere qualcosa per giustificare investimenti, stelle e aspettative. Questa Sir ha finalmente imparato la lezione più difficile: vincere quando conta davvero.
Ecco perché la Final Four di Torino del 16 e 17 maggio non assomiglia affatto a quella della scorsa stagione. A Lodz, Perugia arrivava ferita, quasi stordita, dopo il clamoroso ribaltone subito dalla Lube nella semifinale scudetto: avanti 2-0 nella serie, finì travolta 3-2. La Champions diventò allora una scialuppa emotiva prima ancora che tecnica. Eppure, proprio in quell’inferno polacco da 15 mila anime, la Sir seppe tirare fuori il colpo più grande della sua storia, piegando lo Zawiercie in una finale epica.
Adesso il contesto è ribaltato. Perugia si presenta in Piemonte da campione d’Europa in carica, da campione d’Italia, da campione del mondo per club e con in bacheca anche la Supercoppa italiana. Tradotto: la squadra di Lorenzetti ha già vinto (quasi) tutto quello che poteva vincere. E la cosa più impressionante è che sembra avere ancora fame.
I numeri raccontano una superiorità quasi feroce: percorso immacolato in Champions, appena due sconfitte in tutta la SuperLega tra regular season e playoff, un solo ko in Coppa Italia. Ma i numeri, da soli, non spiegano davvero la sensazione che oggi trasmette Perugia. Quella sensazione di solidità quasi arrogante che appartiene soltanto alle grandi squadre quando capiscono di essere diventate grandi per davvero.
A Torino, però, nessuno regalerà nulla. La semifinale contro Varsavia è una trappola travestita da classica europea: tecnica, esperienza, pressione ambientale e quella cultura della Champions che i club polacchi si portano dentro come un marchio di fabbrica. Dall’altra parte Ankara e Zawiercie promettono un’altra battaglia feroce. E in Europa basta un passaggio a vuoto per trasformare una stagione monumentale in un’occasione mancata. Perugia lo sa. Lo ha imparato nel modo più doloroso possibile negli anni passati, nelle Final Four di Roma 2017 e Kazan 2018, nelle notti in cui sembrava sempre mancare l’ultimo passo. Stavolta, però, la sensazione è diversa. Questa Sir non ha più l’ossessione di dimostrare qualcosa: ha la convinzione di poterlo fare. Ed è proprio questo il dettaglio che rende i bianconeri tremendamente pericolosi e capaci di imitare Kazan, Trento e Sada, gli unici a conoscere la parola Grande Slam.
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