CALCIO
A novanta minuti dalla fine della stagione regolare, la Serie C si conferma per quello che è diventata da anni: non solo un campionato di calcio, ma un bollettino settimanale di crisi aziendali, ricorsi, penalizzazioni e fallimenti annunciati. Il pallone rotola, sì, ma spesso sopra un terreno minato.
Nel girone B il caso più eclatante è stato quello del Rimini, escluso dopo poche giornate e con una classifica riscritta in corsa: una ferita alla regolarità del torneo che ormai non fa più notizia, ed è forse questo il dato più allarmante. Sempre nello stesso raggruppamento, la Ternana si aggrappa a un salvataggio in extremis grazie al fallimento giudiziale che le consentirà di concludere la stagione. Ma il “dopo” è un'incognita che pesa come un macigno: senza un acquirente e con la prospettiva dell'ennesimo artificio societario - la cessione del ramo d'azienda - il rischio è quello di assistere a un copione già visto, con debiti alleggeriti, identità sbiadita e una penalizzazione come prezzo da pagare per restare in vita.
E poi c'è Perugia, che probabilmente si salverà sul campo all'ultima giornata, salvo ritrovarsi subito dopo impantanato in questioni extracalcistiche che rimandano a vicende internazionali e a una governance che dovrà fare fronte a diverse situazioni. Vincere non basta più: bisogna sopravvivere. Nel girone C, Crotone e Siracusa navigano in acque agitate, mentre nel girone A la Triestina paga dazio a una penalizzazione pesante che ne ha segnato il destino sin dall'inizio. Anche qui, il verdetto del campo è stato solo una parte della storia.
Il problema, ormai, è strutturale. La Serie C è lo specchio fedele di un calcio italiano malato, dove la sostenibilità economica è un miraggio e la programmazione una parola vuota. Sessanta club professionistici in terza serie sono un lusso che il sistema non può più permettersi. Troppi, fragili, spesso appesi a equilibri precari che saltano al primo scossone.
Continuare così significa accettare che i campionati si decidano tanto nei tribunali quanto negli stadi. Una riforma non è più rinviabile: ridurre il numero delle squadre, alzare i requisiti di accesso, introdurre controlli più stringenti e, soprattutto, farli rispettare. Perché senza credibilità, anche il risultato più spettacolare perde valore. Il calcio vive di passione, ma senza solidità rischia di trasformarsi in una recita stanca, dove a vincere non è il migliore, ma chi resta in piedi. E in Serie C, oggi, restare in piedi è già un'impresa.
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