LA STORIA
A sinistra Leonardo Argentina insieme a un dirigente della Federcalcio spagnola
“Avevo con me un’immagine di Sant’Ubaldo e spesso mi sono rivolto a lui. Stavolta ho avuto tanta paura. Paura vera, quella che ti blocca, che non ti fa fare niente, che ti rende difficile persino pensare. Ma per fortuna me la sono cavata e, grazie anche a Sant’Ubaldo sono riuscito a portar via le gambe”. Leonardo Argentina è rimasto per otto giorni sotto le bombe, i raid aerei, le incursioni dei droni e l’arrivo dei missili mentre si trovava per lavoro a Kuwait City. E solo grazie all’intervento della Federcalcio spagnola è riuscito a rientrare in Italia. Leo è un allenatore di calcio professionista e dal 20 gennaio lavora per il Kuwait Sports Club, società che milita in serie A, come vice di Ramiro Diaz.
“La squadra stava facendo molto bene - dice con la voce ancora intrisa di emozione -, eravamo secondi. Tutto sembrava andare per il meglio quando un sabato mattina, il giorno in cui è iniziata la guerra, tutto è cambiato e all’improvviso dal vivere in una specie di paradiso ci siamo ritrovati all’inferno. Diaz mi ha telefonato dicendomi di salire in camera sua. Poco dopo mi ha messo di fronte alla cruda realtà: ‘Leo, è scoppiata la guerra’. La sera stessa abbiamo sentito la contraerea che sparava a raffica per fermare droni e missili. La Federazione ha vietato tutte le manifestazioni sportive e sono state immediatamente chiuse anche le scuole. Mi è sembrato di rivivere i giorni del lockdown per il Covid, ma con la paura mille volte più forte. E quando arrivavano gli attacchi cercavamo rifugio nella lavanderia, nel piano più basso della sede della società, dove c’erano anche le nostre abitazioni”.
- Quanto è stata dura?
Tanto. C’era la televisione ma era in arabo. Per fortuna c’era internet e così ho potuto informarmi su quanto stava accadendo. Ma è saltata anche l’elettricità, non c’era più acqua. Per fortuna poi le utenze sono state ripristinate. Siamo riusciti ad andare a fare la spesa e così non abbiamo più avuto problemi per mangiare e bere.
- Qual è stato il momento più terribile?
Quando mi sono svegliato una notte e mi sono ritrovato nel fumo: era stato colpito un grattacielo vicinissimo alla nostra sede. L’ho visto in fiamme, l’ho visto sventrato, un’immagine terribile.
- Come è riuscito a tornare a Gubbio?
Ce l’ho fatta grazie alla Federazione calcio spagnola. Se non fosse stato per Ramiro e per la grande generosità degli iberici, forse ora sarei ancora là.
- Ma l’Italia?
Il sindaco Fiorucci si è fatto in quattro per segnalare le mie difficoltà. Ho ricevuto una telefonata, la mattina alle 6, dalla Farnesina: si sono voluti sincerare delle mie condizioni. Ho detto che sarei rientrato grazie alla Federcalcio spagnola e mi hanno risposto che era una cosa giusta da fare in quel momento.
- Come è stato il rientro?
Devo ringraziare mister Ramiro Diaz e il presidente della Federazione spagnola, Rafael Louzan. La comitiva era composta da 150 persone, quasi tutti allenatori e calciatori. Sono stati tutti eccezionali, non mi hanno nemmeno chiesto di pagare la mia quota per il viaggio. Ci siamo trasferiti in pullman a Riyadh, di notte attraversando il deserto. Abbiamo dormito in albergo, saremmo dovuti ripartire martedì 10, ma il volo è stato rimandato al giorno dopo. In aereo abbiamo raggiunto Madrid, lì ho preso il primo volo per Bologna e giovedì sera sono rientrato a Gubbio.
- Tornerà a lavorare all’estero?
Sono abbastanza giovane, il calcio è la mia vita. Ho la Licenza Uefa Pro e in Umbria oltre a me ce l’hanno Novellino, Silvano Fiorucci e Cosmi. Il mio sogno sarebbe allenare nel nostro Paese, ma non ho un importante passato da calciatore e quindi la vedo dura entrare in quella che sembra una casta.
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