L'intervista
Alberto Castellani, coach perugino
Ha allenato più di 20 tennisti classificati tra i primi 100 della classifica Atp, ha creato un metodo di lavoro, fondato l’unica associazione certificata per top coach e seguito da vicino i primi passi di Novak Djokovic. Questo, e molto altro, è Alberto Castellani, figura di riferimento del mondo del tennis a Perugia e in tutto il mondo, presidente della Global professional tennis coach association e docente universitario.
- Qual è la cosa che la rende più orgoglioso di tutta la sua carriera?
Tre anni fa sono stato proposto dall’Atp per il premio di coach alla carriera, un po’ il pallone d’oro dei giocatori. In lizza, assieme a me, c’erano Tony Roche (che ha vinto, ndr) e Niki Pilic. Entrambi sono stati nei primi 10 della classifica Atp da giocatori, Roche ha anche vinto un Roland Garros. Io invece non sono diventato professionista. Questa è la cosa che mi ha inorgoglito di più.
- Ha allenato 24 giocatori nei primi 100 della classifica Atp: se dovesse creare l’atleta perfetto, scegliendo un fondamentale diverso da ogni suo allievo allenato, cosa sceglierebbe e da chi?
A primo impatto dico la creatività e la coordinazione di Hicham Arazi. Lo smash di Karim Alami, uno dei più belli del mondo, saliva al terzo piano per schiacciare (ride, ndr). Il servizio di Marc Rosset ma soprattutto di Ivo Karlovic. La risposta di George Bastl. L’intelligenza tattica in campo di Janko Tipsarevic e di Damir Dzumhur. La serietà assoluta nell’allenamento di Rainer Schüttler e di Laslo Djere. Il rovescio di Adrian Voinea e Adrian Ungur.
- E se per creare il tennista perfetto dovesse scegliere tra tutti gli atleti della storia, come lo comporrebbe?
La creatività di Carlos Alcaraz. I due fondamentali da fondo di Andre Agassi e di Jannik Sinner. L’intelligenza tattica di Novak Djokovic. La bellezza dello stile di Roger Federer. L’abnegazione e la volontà di Rafa Nadal. Se guardo ancora più indietro, un misto di Bib Bill Tilden e di Rod Laver.
- A proposito di Djokovic, lei lo ha allenato a fine anni ’90 quando un giovane Novak veniva ad allenarsi in Italia. Si intravedevano già allora le qualità di quello che poi è diventato il tennista più vincente della storia?
Dopo 10 minuti che ho visto Djokovic, appena arrivato allo Junior Perugia come mio ospite, ho fermato le attività. Ai giocatori e ai coach che erano lì in quel momento ho detto solennemente: “Se capisco qualcosa di tennis, penso che questo ragazzino sarà un prossimo numero uno nel ranking Atp”. Di fronte a fenomeni come Novak, Sinner, Federer, Nadal non ci vuole un grande occhio per capire che faranno cose uniche e speciali.
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- Quanto è importante coniugare l’allenamento in campo con quello mentale?
Per me è piuttosto facile: io non riesco a stare in campo se in qualsiasi esercizio non ci metto un aspetto mentale. L’ho sempre fatto e ormai è nella mia routine. C’è chi allena la concentrazione o la fiducia in se stessi in una sala, io faccio tutto in campo. E’ un metodo acquisito da anni, e anche per molti dei miei allievi sono cose comune. L’aspetto mentale è sempre presente in campo.
- Lei ha creato anche un metodo, il coaching emozionale: in cosa consiste?
Io ho sempre considerato un po’ selvaggio il coach che vede il movimento come una cosa solo biomeccanica e che fa capo ai muscoli. Non è così. Ogni cosa che facciamo, ogni parola che diciamo ha dietro un’emozione che lo spinge a farlo. Il comportamento è quello che facciamo e diciamo, l’emozione lo cambia. Chiunque ha giocato a tennis sa perfettamente che anche se si ha una bella tecnica, un bel dritto, questo cambia completamente se si è in contatto con la paura, la rabbia, la gioia o la tristezza. Lo capisce chiunque, e mi fa rabbia vedere che oggi c’è ancora qualcuno che insegna solo una tecnica non legata o disconnessa dall’aspetto emozionale. Il movimento muscolare è solo l’ultima parte: il gesto è psico, neuro, emozionale e muscolare. E’ per questo che i campioni dicono che in campo, a parità di valori, vince chi ha saputo gestire meglio le proprie emozioni. Staccare la tecnica dalle emozioni è uno sminuire quello che è l’importanza degli sport in generale. Il gesto più tecnico non è quello più puro, ma quello più efficace. Io quando vedo un tennista per la prima volta guardo le capacità coordinative. Se uno migliora la coordinazione generale e speciale che riguarda il tennis, il livello del giocatore migliora. Quando ho visto Djokovic ho visto delle capacità coordinative impressionanti.
- C’è un tennista nei primi 20 che le piacerebbe allenare?
Una volta ho fatto una scommessa con Toni Nadal su chi sarebbe diventato prima numero 1: lui ha detto Zverev, io Rublev. Al momento c’è più vicino lui (ride, ndr). Quando vidi per la prima volta Rublev era molto piccolo, pochi muscoli, ma capacità coordinative impressionanti.
- Nel 2010 ha fondato la Global professional tennis coach association con 49 top coach del mondo. E’ l’unica associazione certificata dall’Atp e lei oggi è presidente. Di cosa vi occupate?
La Gptca è stata fondata da un gruppo di coach al ristorante Tuscany di New York durante gli Us Open del 2010. L’idea è stata mia e di Dirk Hordorff, che ci ha lasciato nel 2023. Facciamo corsi in tutto il mondo, diamo il diploma di Tennis international coach con dei corsi di formazione, ci sono tre livelli. I partecipanti devono fare un esame finale scritto. Poi organizziamo la World Tennis Conference, il più grande simposio al mondo di tennis, online, con ex giocatori ed ex numeri 1 al mondo che partecipano. Il livello dei corsi è altissimo, viene spesso Toni Nadal, che è vicepresidente dell’associazione, anche se merita la presidenza molto più di me. Io cerco di onorare questo ruolo nel miglior modo possibile. Ogni paese ha un suo presidente, che è o un grande coach o un ex professionista. Abbiamo dei soci di élite: sono stati numeri 1, tra i primi 10, hanno fatto finale in uno Slam o hanno vinto la Coppa Davis.
- Oggi lei è molto attivo sui social, in particolare su TikTok, dove vengono pubblicati dei video mentre allena giovani ragazzi. Cambia il metodo di lavoro in base a chi si trova di fronte o lavora sempre allo stesa modo come se fossero nei primi 100?
Non lo faccio di proposito, lavoro con una struttura che fa dei video e che vanno virali sui social nonostante mi sembra di dire cose abbastanza semplici (ride, ndr).
- Parlando di attualità: avrebbe mai pensato che l’Italia potesse raggiungere questi risultati nel tennis?
Così eclatanti forse no, ma sono anni che si lavora bene. Credo che in Italia abbiano lavorato molto bene i coach privati: prima la federazione era un po’ ostile, adesso no e va dato merito all’attuale Fitp che collabora con i coach e li supporta. Il movimento va oltre la Federazione, è molto grande: passa attraverso i club, la gente che investe per fare tornei.
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