Attualità
Silvano Fiorucci ha scelto di raccontarsi andando Contromano. Non è solo il titolo della sua autobiografia (a cura del giornalista Domenico Carella), scritto volutamente al rovescio, ma una dichiarazione di poetica calcistica e umana.
Perché Fiorucci, tifernate di Riosecco, classe combattente, ha fatto tutto senza seguire le corsie preferenziali. Anzi, spesso imboccando quella più complicata. O che sembrava tale.

Nel libro c'è l'ammissione onesta di occasioni sprecate, soprattutto in gioventù. Occasioni vere, importanti, che avrebbero potuto cambiare una carriera già ricca. Eppure non manca nulla per legittimare una vita di calcio vissuta fino in fondo: basti pensare alla convocazione nell'Under 21 di Azeglio Vicini, quando arrivare lì non era una formalità ma un privilegio per pochi. Il resto è una storia fatta di sudore, chilometri e scelte mai accomodanti.
Fiorucci inizia nel 1973 con il Città di Castello, la squadra della sua città, dove tutti lo conoscono come “Tamba”. Cinquantatré anni dopo è ancora lì, oggi direttore tecnico, come se il tempo avesse deciso di girare in tondo attorno al suo nome. In mezzo, una carriera da giocatore che lo porta ovunque, ma mai in silenzio.
Alla Spal in Serie B gli appiccicano un soprannome che è tutto un programma: “Kavasaki”, per quelle scorribande furiose sulla fascia sinistra, da combattente indomito, nonostante fosse piede destro. Uno che andava forte anche dove non “doveva”, contromano appunto.

Poi tanta Serie C, quella vera, ruvida: gli anni d'oro del Casarano del presidentissimo Filagrana, dove vince la Coppa Italia segnando il gol decisivo contro la Carrarese di Orrico; Pagani, Celano, Vigevano e altre piazze dove il calcio non è un contorno ma un fatto di vita. Ovunque lascia tracce, non solo nei tabellini.
A 35 anni, quando andavano di moda allenatori navigati e panchine gerontocratiche, Fiorucci sceglie di iniziare ad allenare. Lo fa a Torgiano, in Eccellenza umbra, senza scorciatoie. Da lì una lunga fila di club: Città di Castello, Trestina e soprattutto quelle salvezze che entrano nella memoria collettiva: Foggia 2005-06, Serie C, una missione impossibile riuscita e ancora oggi raccontata come una leggenda dai tifosi; Benevento, ancora in C; Orvietana in Serie D. Squadre spesso date per spacciate, riportate a galla con lavoro, carattere e una discreta dose di testardaggine.
Nel suo percorso tornano sempre alcuni nomi. L'allenatore Enzo Rumignani, un luminare nella C di quegli anni, riferimento tecnico e umano. Pirazzini, ex capitano del Foggia di Serie A, diesse a Casarano e team manager proprio a Foggia, che di lui ha detto una frase che suona come una sintesi perfetta: “È andato avanti sempre per la sua strada, senza santi in Paradiso”. Una benedizione laica, per uno che non ha mai chiesto permessi.
C'è spazio anche per il Fiorucci formatore: settore giovanile a Padova, Treviso e altre realtà, ruoli da scouting e match analyst quando ancora non erano di moda. Tra i giocatori scoperti, un ricordo speciale per Corradi che ha poi raggiunto la Nazionale. E poi il pensiero a Romedio Scaia, ex compagno al Città di Castello, l'uomo che lo ha spinto verso la panchina, cambiandogli la traiettoria.

In ogni città Fiorucci ha lasciato qualcosa, spesso anche fuori dal campo. Perché il suo calcio è sempre stato un fatto culturale prima che tattico. Il 27 aprile 2025, quando pensava di aver chiuso, arriva invece la chiamata di Matias Bergoglio, presidente del Città di Castello rinato in Promozione. Direttore tecnico. Ritorno a casa. Un'altra curva presa contromano.
E lui risponde come ha sempre fatto, con uno slogan che sembra uscito da uno spogliatoio e da una vita intera: “Forza Castello, vamos adelante”.
Avanti, ancora in prima linea, alla veneranda età di 70 anni.
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