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UMBRO DELL'ANNO 2025

Andrea Stella: "Un privilegio, un orgoglio e un onore essere stato scelto"

Nostra intervista al Team Principal della McLaren insignito dalla redazione del nostro giornale del riconoscimento come Umbro dell'Anno 2025

Giorgio Palenga

02 Gennaio 2026, 16:07

Andrea Stella: "Un privilegio, un orgoglio e un onore essere stato scelto"

Andrea Stella insieme ai piloti McLaren Piastri e Norris

Per uno abituato a vincere titoli mondiali un riconoscimento in più o in meno non dovrebbe fare grande differenza. Nel caso di Andrea Stella, nominato Umbro dell’Anno 2025 dalla redazione, del Corriere dell’Umbria, ritrovarsi sulla prima pagina del giornale della sua regione di origine è stata invece sicuramente una circostanza del tutto imprevista e singolare, ma non per questo meno gradita. Anche perché Stella ha battuto una concorrenza di altri umbri che, nei loro rispettivi campi (economico, politico, del volontariato) sono stati in lizza fino all’ultimo per questo riconoscimento. Raggiunto telefonicamente a cavallo tra l’anno vecchio e il nuovo, il Team Principal della McLaren campione del mondo commenta questo ennesimo trofeo.
“Mi sento molto privilegiato e orgoglioso di aver ricevuto questo riconoscimento dal Corriere dell’Umbria, considerando che sicuramente saranno stati molti i candidati importanti. Essere stato scelto mi rende veramente onorato e quindi voglio ringraziare la redazione che mi ha voluto riconoscere il titolo di Umbro dell’Anno”.

- Lei ormai è un cittadino del mondo, ma il legame con la sua terra d’origine è rimasto saldo?

Certo che sì, ognuno di noi si porta dietro, o cerca di farlo, quelle che sono le proprie radici in molti modi: gli insegnamenti della propria famiglia, il contesto in cui si è cresciuti. E poi con il Corriere dell’Umbria c’è un legame particolare...

- Come mai?

Ho giocato al calcio con una squadra che si chiama Orvieto Scalo i cui risultati venivano sempre riportati il lunedì sul Corriere dell’Umbria, con i resoconti delle partite e la classifica. E pensare che militavamo in Prima e Seconda categoria, quindi niente di che, ma con il Corriere dell’Umbria è rimasto un legame affettivo che non potrà scompare mai perché riporta ad anni belli della propria vita. Un legame iniziato quando ero uno sportivo amatoriale e che adesso continua addirittura con un riconoscimento così prestigioso.

- Insomma, il motor sport ha trovato un grande dirigente ma magari il calcio ha perso un potenziale campione...

Non direi proprio (sorride ndr), già allora sapevo di non avere le qualità né fisiche né tecniche per diventare un grande calciatore, però crescere giocando a calcio sicuramente mi ha aiutato a maturare certi aspetti che ho ritrovato poi molto importanti anche in Formula 1 che è uno sport di squadra. E aver maturato un’esperienza in una disciplina come il calcio che è per antonomasia “di squadra”, mi ha aiutato a focalizzare alcuni valori importanti. Ed anche a riconoscerli, nei momenti in cui ci sono così come quando non ci sono. Anche se può sembrare tutto molto diverso, una delle eredità che mi porto nel mio mestiere attuale è anche quella di aver fatto parte dell’Orvieto Scalo, sia nelle giovanili che poi, per un po’ di tempo, anche nella prima squadra. Era calcio umbro e magari anche di basso livello, lo so, ma nelo sport certi valori restano sempre gli stessi.

- Dalla piccola Umbria, e da una realtà come Orvieto, lei ha scalato tutti i gradini fino ad arrivare al top mondiale della Formula 1. Come dire che tutto è possibile, se lo si vuole fortemente.

Soprattutto nel mondo moderno in cui è più facile accedere alle opportunità di formazione, per capire quali sono le occasioni dove si svolgono le attività che ci piacerebbe fare. Da questo punto di vista non ci si deve porre delle limitazioni che poi non sono reali. L’importante è avere le idee chiare e farsi trovare pronti, investendo sulla propria formazione, sia dal punto di vista tecnico e professionale ma anche, possibilmente, anche a livello del tipo di persona che si è. Che non necessariamente viene dall’aver frequentato chissà quali corsi ma magari anche dal riflettere sulle proprie esperienze, come per esempio quella di aver giocato a calcio in una squadra. E poi ci vuole iniziativa. Se non si bussa alle porte è difficile che qualcuno ti venga a cercare a casa. Se uno ha una passione la deve coltivare e deve farlo sapere.

- Gli addetti ai lavori, soprattutto i colleghi della stampa, come ad esempio Paolo Ciccarone che abbiamo intervistato proprio su questo riconoscimento, le riconoscono una marcia in più nel saper gestire i rapporti umani. Quindi, non solo un numero 1 dal punto di vista tecnico, ma anche un valore aggiunto nella gestione delle persone. Lei ci si ritrova?

Ritornando a quelli che sono i valori dello sport, e al riuscire a raggiungere dei traguardi con un team di persone, c’è un modo di approcciare il lavoro che è quello di perseguire tutti insieme una mission condivisa. Onestamente non credo che siano aspetti tanto al di fuori dal senso comune. Se siamo in una logica di crescita, se ci sono delle difficoltà o degli errori vanno affrontati cercando di capire collegialmente cosa non ha funzionato così da migliorare. Senza dividersi. E per far questo non ci vuole Andrea Stella che si inventa chissà che cosa, serve solo la chiarezza di quali sono principi e obiettivi comuni e il lavoro per metterli in pratica. Principi che di per sé non sono complessi, ma riuscirci in un ambiente con molta pressione come quello dello sport professionistico spesso è difficile. Insomma, non ci sono situazioni che devono essere essere prese sul personale, serve invece l’impegno comune per fare il meglio per la nostra squadra.

- Arrivare ai massimi traguardi di uno sport come il suo è certamente molto difficile. Lo è forse ancor di più, però, confermarsi. Che per chi vince diventa quasi... un obbligo morale.

Ne siamo consapevoli. Nel 2026 ci saranno dei cambiamenti regolamentari molto importanti, tutti ripartiranno da zero, l’approccio però rimarrà sempre lo stesso: la logica di crescita. Indipendentemente da dove saremo nel punto di partenza, quello che conta è quanto riusciremo rapidamente a migliorare. Le stagioni sono molto lunghe, 24 gare, c’è quindi la possibilità di recuperare anche se si parte con un po’ di svantaggio. Siamo il team da battere? Sicuramente non partiamo con alcun tipo di arroganza né di credito per il fatto che abbiamo vinto negli anni precedenti. Noi come gli altri ripartiremo tutti da zero punti e con un reset completo dal punto di vista delle prestazioni.

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