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La storia

A 15 anni non può più giocare a basket ma i compagni lo vogliono ancora in squadra

Nicolò era disperato perché un problema al cuore lo ha costretto a smettere ma grazie agli amici e al Fratta Umbertide è riuscito a restare nella "sua" Under 17

18 Novembre 2025, 19:14

A 15 anni non può più giocare a basket ma i compagni lo vogliono ancora in squadra

L'Under 17 del Basket Club Fratta di cui Nicolò è dirigente

La storia di Nicolò Giammarioli è di quelle da raccontare. A tutti i ragazzi che non affrontano con dovere e responsabilità gli impegni quotidiani, siano essi scolastici, sportivi ma anche della sfera familiare. A tutti i genitori che cercano di mettere sulle spalle dei figli le loro aspettative. In generale a tutte le persone che sono felici senza sapere di esserlo.
Nicolò è un adolescente nato nel 2010, innamorato della pallacanestro e soprattutto perfettamente integrato con i suoi compagni di squadra.
Inizia a praticare questo sport già a quattro anni, con il Bc Fratta Umbertide. Nel 2018, durante una visita sportiva, gli viene diagnosticata una malformazione congenita al cuore.

“I medici ci hanno rassicurato, dicendoci che si trattava di una condizione da monitorare annualmente con un eco-cuore, ma che non rappresentava alcun pericolo se fosse rimasta stabile – ricordano i genitori, Pamela Diarena e Mirco Giammarioli –. Ci dissero che molte persone convivono serenamente con questa anomalia per tutta la vita, spesso senza nemmeno saperlo”.

La vita di Nicolò quindi è proseguita serenamente tra la scuola, il basket e le amicizie fino a quando i genitori non decidono di fissare una visita cardiologica specialistica presso l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. L'ecocardiogramma si soffermò a lungo su un punto preciso sopra il cuore.
“Ci spiegarono che sarebbe stata necessaria la valutazione di un cardiochirurgo – ricordano oggi i genitori –. Ci chiesero il consenso per contattare l’ospedale Bambino Gesù di Roma, con cui collaboravano da anni. Accettammo immediatamente: volevamo la prima visita disponibile, ovunque fosse, pur di risolvere il problema il prima possibile”.

Il 4 settembre 2020 Nicolò si reca a Roma, accompagnato dai genitori, per la visita.
“Ci venne confermata la diagnosi e spiegato in cosa consistesse l’intervento chirurgico necessario per correggere la malformazione”, dicono ancora i genitori. Il 27 settembre 2020 Nicolò fu operato. L'intervento riuscì perfettamente. “Tornati a casa, la convalescenza procedette bene, anche se i traumi emotivi furono forti, tra incubi notturni e pianti”, ricordano mamma e papà. Ma il dolore più grande per Nicolò arrivò quando gli venne detto che non avrebbe più potuto giocare a basket.

“Quel momento fu devastante per nostro figlio, ma anche per noi. Non sapevamo come aiutarlo ad affrontare il dolore in una fase delicata della vita, l’adolescenza, quando ci si sente grandi ma si è ancora bambini. Cercammo l'aiuto di una psicologa per avere gli strumenti giusti per supportarlo – dicono Pamela e Mirco –. Nicolò si chiuse a riccio, si rifiutava di entrare nei palazzetti, piangeva e ci chiedeva perché fosse capitato proprio a lui”.
Per un genitore, sentire queste parole dal proprio figlio è una pugnalata al cuore.

“Mandavamo giù quel boccone amaro e con tutta la forza possibile, gli spiegavamo che le grandi battaglie spettano ai grandi guerrieri e che per noi lui è il nostro guerriero”.
I medici avevano salvato la vita a Nicolò. Ora restava da salvare il suo spirito. Nessuno avrebbe mai firmato un certificato agonistico per farlo tornare in campo.
“Per tutto il triennio delle medie, cercammo in tutti i modi di fargli provare altri sport e attività, tra cui il tennis, l’equitazione e la musica. Nicolò suonò il violino nell'Orchestra della Pace "Aldo Capitini" fino alla terza media, nella speranza che trovasse una nuova passione e lasciasse perdere l’idea del basket. Ma nulla da fare: nessuna attività lo entusiasmava. Vedere poi il fratello Samuele scegliere il basket come sport, rendeva tutto ancora più difficile”.
Ma la speranza di far rientrare Nicolò nel suo mondo, la pallacanestro, non moriva.


“Un giorno, mentre accompagnavo il fratello a un allenamento, incontrai per caso l’ex allenatore di Nicolò, Michele Crispoltoni. Mi chiese come stava. Gli raccontai tutto e in quel momento mi venne l’idea di chiedergli se ci fosse stata una possibilità, qualsiasi cosa, per coinvolgere Nicolò. Avremmo fatto di tutto pur di rivederlo sereno”.
A settembre 2024 Nicolò ha iniziato il liceo scientifico presso il Campus Da Vinci di Umbertide, dove ha ritrovato in classe molti ex compagni di squadra. Il dado ormai era tratto. Ex allenatore, compagni di squadra, genitori dei compagni di squadra, dirigenti, tutti hanno incominciato ad impegnarsi per riportare Nicolò in squadra, con un ruolo diverso da quello di giocatore. Decisivo il legame tra Nicolò e i suoi amici, rafforzato da un’amicizia sincera costruita negli anni, con il costante sostegno delle famiglie.

“Io e mio marito restammo profondamente colpiti dall’impegno e dedizione della società nei nostri confronti – dicono i genitori Pamela e Mirco –. Da qui è iniziata la rinascita di nostro figlio. Michele Crispoltoni lo ha coinvolto come vice coach nella squadra dove gioca l’altro nostro figlio, la società lo ha accolto con amore. I ragazzi nonché compagni di scuola lo hanno sempre incluso, mai fatto sentire diverso. Lo considerano uno di loro a tutti gli effetti. Oggi è segnapunti ufficiale alle partite in casa della sua squadra e vive il basket da una nuova prospettiva, fatta di piccoli gesti che, per chi affronta una guerra interiore in una fase così complessa della vita, sono grandi gesti. I ragazzi del BC Fratta hanno compiuto un vero miracolo. In un’epoca in cui si parla solo di giovani problematici o sbandati, è fondamentale valorizzare chi crede ancora nell’amicizia sincera e con piccoli gesti, salva un amico. Per quattro lunghissimi anni ci siamo sentiti smarriti e impotenti. Ma sono stati i suoi amici di sempre, insieme al supporto della società BC Fratta, a riuscire dove noi non potevamo: lo hanno accolto, fatto sentire parte integrante del gruppo, riportato all’interno del palazzetto dove era cresciuto, prima come giocatore, tifoso, ora come collaboratore, oggi come punto fermo. Sempre con rispetto, con naturalezza, senza mai farlo sentire diverso. A Nicolò abbiamo detto che la vita gli ha tolto tanto, ma gli sta restituendo ancora di più. Spero che questa storia sia d’esempio per tante altre famiglie e ragazzi che si trovano ad affrontare situazioni simili alla nostra. Perché credo che le disabilità invisibili, come quella di nostro figlio, siano le più difficili da accettare e affrontare: nessuno ti ascolta, nessuno ti vede. Grazie di cuore a chi ha reso possibile tutto questo. E che questa storia non finisca nel dimenticatoio, ma diventi una fonte di ispirazione per tanti. Che il BC Fratta sia d’esempio per tutte le altre società sportive”.

Entusiasta anche il presidente del Bc Fratta Nicola Monsignori.
“Per noi del Basket Club Fratta, il Basket è molto più che sport: è educazione, crescita e anche sostegno alle famiglie della comunità umbertidese – ha detto Nicola Monsignori –. Vogliamo che i ragazzi trovino in palestra un ambiente accogliente, sano e ricco di valori. Come presidente, non posso che esprimere il mio orgoglio per l’impegno costante dei nostri istruttori, accompagnatori e dirigenti, che ogni giorno contribuiscono a rendere speciale questo percorso”. Quando l’inclusione non è solo a parole, abbatte ogni forma di diversità.

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