Cronaca
La Procura di Spoleto ha chiesto il rinvio a giudizio di Nicola Gianluca Romita, il 48enne che lo scorso 26 marzo ha strangolato e ucciso la moglie Laura Papadia, 36 anni, nell’abitazione di lei in via Portafuga. La richiesta di processare Romita, detenuto nel carcere di Maiano (Spoleto) dalle ore immediatamente successive al femminicidio, è stata firmata dal procuratore capo Claudio Cicchella e dal sostituto procuratore Alessandro Tana, che ha coordinato fin dal principio le indagini della polizia sul delitto.
Ieri pomeriggio, invece, è arrivato il decreto di fissazione dell’udienza preliminare, che è stata calendarizzata per il 10 febbraio e sarà celebrata dal giudice Teresa Grano. I magistrati hanno anche individuato come parti offese il padre di Laura Papadia, Maurizio, e i due fratelli, Fabio e Alessandro, oltre all’associazione “Per Marta e per tutte”, che potranno avanzare richiesta di costituzione in giudizio come parti civili già nella fase preliminare.
A carico dell’indagato, che durante l’interrogatorio di garanzia ha reso una confessione durata circa cinque ore, la Procura di Spoleto chiede il processo per omicidio volontario aggravato dal legame coniugale, ma non anche dalla premeditazione, nonostante gli sforzi investigativi compiuti in questa direzione nei mesi seguiti al femminicidio. Secondo gli inquirenti, infatti, Romita avrebbe strangolato la moglie Papadia nell’appartamento del centro storico al culmine di una lite, stringendole le mani al collo e poi utilizzando un indumento della stessa vittima.
Sulle cause all’origine della lite sfociata in femminicidio era stato lo stesso Romita a riferire a investigatori e magistrati di discussioni in famiglia anche legate al desiderio di Papadia di avere un figlio, che lui invece non voleva, avendone già avuti da precedenti relazioni. Le colleghe e le persone a cui la 36enne era più legata hanno poi raccontato, anche durante un momento commemorativo pubblico, di una relazione coniugale resa instabile dal continuo andirivieni di Romita, che spesso si assentava da Spoleto, dove invece la moglie si era trasferita ormai tre anni fa per assumere l’incarico di vicedirettrice di un supermercato a due passi dalle mura antiche del centro storico. Il 48enne, nato a Milano, è risultato infatti residente nella sua abitazione di Marzocca a Senigallia, dove pure gli investigatori hanno lavorato a lungo fin dalla mattina stessa del delitto. Sì, perché Romita dopo aver ucciso Papadia ha telefonato alla ex moglie, ma anche ad alcuni conoscenti, raccontando di aver compiuto un gesto gravissimo: la donna ha quindi dato l’allarme al 112, con le forze dell’ordine che sono piombate sia nell’abitazione di lui a Marzocca che poi nell’appartamento di via Portafuga, dove è stato trovato il corpo senza vita di Papadia. Il 48enne dopo il delitto, infatti, aveva lasciato l’abitazione e raggiunto il Ponte delle Torri da cui ha minacciato a lungo il suicidio, mentre lanciava nel vuoto due cellulari, il proprio, ritrovato pochi giorni dopo, e anche quello di Papadia che, invece, è stato recuperato soltanto all’inizio di luglio, ossia tre mesi dopo il femminicidio.
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