L'INTERVISTA
L’Umbria si trova davanti a un passaggio cruciale: una fase di rallentamento economico che rischia di trasformarsi in declino strutturale, aggravata da dinamiche demografiche negative, da un sistema produttivo frammentato e da un lavoro sempre più povero e precario. Maria Rita Paggio, segretaria generale della Cgil Umbria, traccia un quadro lucido delle criticità regionali e indica la necessità di un cambio di paradigma fondato su investimenti, qualità del lavoro e coesione sociale. Al centro, la proposta di un patto per lo sviluppo che coinvolga istituzioni, imprese e sindacati.

Sullo sfondo, una riflessione più ampia: le grandi transizioni in atto e le tensioni internazionali, a partire dalla guerra, che rischiano di aggravare le fragilità economiche e sociali, rendendo ancora più urgente una politica orientata alla pace, alla giustizia sociale e a un modello di sviluppo sostenibile.
- Quali sono oggi i principali nodi strutturali dell’economia umbra?
La nostra regione vive da tempo una condizione di rallentamento strutturale che rischia di trasformarsi in declino permanente se non si interviene con una strategia chiara, condivisa e con al centro il lavoro.
L’economia umbra si basa su tre assi portanti - industria, agricoltura e turismo - tutti oggi in difficoltà e bisognosi di interventi radicali che sappiano integrare nuove tecnologie e innovazioni, dentro una transizione che sia davvero giusta, cioè capace di tenere insieme sviluppo produttivo e sostenibilità sociale. Formazione, produttività, investimenti pubblici e privati, qualità del lavoro e dei salari devono diventare le parole d’ordine. A questo si aggiunge il tema demografico: l’Umbria non solo invecchia, ma perde la propria base attiva. Calano i nuovi nati e molti giovani, spesso altamente formati, lasciano la regione, mentre diminuisce anche la presenza straniera. Non meno preoccupante è il dato sull’occupazione femminile: solo il 58% delle donne lavora, al di sotto della media nazionale. La difficoltà di conciliare lavoro e cura limita carriere e redditi, con effetti anche sulle future pensioni. Il quadro è completato da una bassa produttività delle piccole e medie imprese, dalla crisi dei settori energivori, da fragilità infrastrutturali e dalla diffusione di lavoro precario e povero.
- La Cgil ha lanciato la proposta di un patto per lo sviluppo e il lavoro. E’ realistico mettere attorno a un tavolo sindacati, imprese e istituzioni? E con quali obiettivi?
Non solo è realistico, ma è necessario. Non siamo di fronte a una crisi congiunturale, ma a una fase profonda che richiede il protagonismo di tutti gli attori. La nostra proposta parte da un modello di sviluppo fondato sulla centralità del lavoro e dei diritti: non basta misurare la crescita con il Pil, bisogna guardare alla qualità dell’occupazione, alla riduzione delle disuguaglianze e alla sostenibilità sociale e ambientale. Servono politiche capaci di affrontare le grandi trasformazioni - ambientale, energetica, digitale e demografica - investendo in ricerca, innovazione e formazione continua, rafforzando la coesione sociale e contrastando lo spopolamento, anche attraverso infrastrutture materiali e digitali. Il nostro Paese sconta l’assenza di politiche industriali di lungo periodo: l’industria è sotto i livelli del 2021 e si registrano anni di stagnazione. In questo contesto, la Regione deve fare la sua parte, utilizzando al meglio risorse e strumenti, anche alla luce dell’inserimento dell’Umbria nella Zes. Proponiamo criteri chiari: condizionalità negli investimenti pubblici, clausole sociali, tutela dell’occupazione stabile, contrasto ai contratti pirata, valorizzazione delle rappresentanze sindacali e piena applicazione delle norme sulla sicurezza. Senza una convergenza reale su obiettivi condivisi, non ci sarà sviluppo duraturo.
- I lavoratori umbri risultano ancora tra i meno pagati d’Italia, da cosa dipende?
Molto dipende dalla struttura produttiva, caratterizzata da una forte presenza di micro e piccole imprese. Oltre il 70% dei lavoratori è impiegato in realtà spesso terziste o in appalto, con bassa capacità di investimento e limitata produzione di valore aggiunto. I dati lo confermano: cresce l’occupazione, ma non la ricchezza prodotta. Questo significa che si lavora di più, ma si guadagna meno. E’ quindi fondamentale favorire una crescita dimensionale delle imprese e costruire filiere integrate capaci di innovare e generare valore.
Il lavoro povero e discontinuo è diffuso, soprattutto tra giovani e donne. Per questo proponiamo interventi mirati: applicazione obbligatoria dei contratti collettivi più rappresentativi e incentivi per le aziende che stabilizzano l’occupazione.
- Le imprese, però, lamentano difficoltà nel trovare manodopera specializzata. Come interpretare questo dato?
Il cosiddetto mismatch non è tanto quantitativo quanto qualitativo. La domanda cresce soprattutto nei servizi e nel commercio, spesso caratterizzati da lavoro discontinuo, mentre diminuiscono le figure altamente specializzate.
Questo è un problema strutturale: precarietà, bassi salari e scarsa qualità del lavoro rendono il territorio poco attrattivo. Chi ha competenze elevate sceglie contesti migliori. Serve investire seriamente nella formazione continua e qualificata, senza indebolire il sistema dell’istruzione. In sintesi, la difficoltà di reperimento è spesso la conseguenza di condizioni di lavoro inadeguate.

- Più anziani e meno giovani. Di questi, molti decidono di lasciare l’Umbria. Come contrastare la fuga?
Il problema è strettamente legato alla qualità del lavoro.
I giovani lasciano l’Umbria perché non trovano opportunità adeguate. I dati più recenti mostrano un forte aumento delle partenze, soprattutto tra i laureati. Servono condizioni migliori: salari dignitosi, nuove professioni, investimenti e prospettive di crescita. Solo così si può rendere attrattivo il territorio.
- La precarietà contrattuale resta un nodo centrale. Quali interventi ritiene necessari?
Precarietà e lavoro povero vanno di pari passo. Le normative sul mercato del lavoro e la diffusione dei contratti pirata alimentano una competizione al ribasso su salari e diritti. Inoltre, la mancanza di formazione continua limita la crescita delle competenze e quindi anche delle retribuzioni. Per questo è indispensabile rilanciare uno sviluppo che valorizzi il lavoro e la professionalità.
- Il lavoro precario è spesso anche meno sicuro. E l’Umbria resta in zona rossa per gli infortuni, anche se gli ultimi dati Inail rilevano un lieve miglioramento. E’ il segnale di un cambiamento?
Dobbiamo avere ben chiaro che l’Umbria continua a essere maglia nera sulla sicurezza sul lavoro, ed è una condizione intollerabile. La sicurezza è la priorità delle priorità. Ogni miglioramento va accolto positivamente, ma non si può ancora parlare di un vero cambiamento. Di inversione di rotta si potrà parlare solo quando cambierà la cultura della sicurezza, che deve essere considerata un investimento e non un costo: su questo, in Umbria, c’è ancora molto da fare. Gli interventi possibili sono molti: dal contrasto al lavoro sommerso e irregolare, soprattutto nella catena degli appalti e subappalti, al rafforzamento dei controlli. Ma non basta. Servono formazione e prevenzione, così come un’azione sinergica tra istituzioni, parti sociali e imprese. In questo senso è positivo che la Regione Umbria abbia aperto un tavolo di confronto su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, accogliendo molte delle proposte sindacali. E’ un primo cambio di passo, al quale però chiediamo di dare continuità concreta, per costruire un’economia più sostenibile e un lavoro davvero sicuro, inclusivo e dignitoso, senza più infortuni.
- L’invecchiamento e lo spopolamento sono tra i dati più preoccupanti. Come invertire la rotta?
Il rapporto tra giovani e anziani è ormai squilibrato: le nuove generazioni non riusciranno a sostituire quelle in uscita dal lavoro. Questo avrà effetti pesanti anche sul Pil nei prossimi decenni.
Senza interventi strutturali su lavoro, servizi e qualità della vita, il trend sarà difficile da invertire.
- Dal punto di vista del welfare, quali sono le principali criticità?
Il welfare riguarda l’insieme delle politiche pubbliche: sanità, istruzione, previdenza, trasporti, casa. Sono tutti ambiti fondamentali per garantire diritti e ridurre le disuguaglianze.
Oggi servirebbe un rafforzamento complessivo di questi strumenti, che rappresentano la base della coesione sociale.

- La nuova legge regionale sulla casa è un passo avanti?
Rappresenta un miglioramento importante. Sono stati corretti alcuni criteri ingiusti del passato e introdotte premialità per situazioni di fragilità. Ora però sarà decisiva la fase attuativa, così come resta centrale il nodo delle risorse, in assenza di un piano nazionale adeguato.
- Capitolo sanità pubblica, quali sono le principali preoccupazioni?
Riteniamo che il nuovo piano socio-sanitario regionale sia un passaggio fondamentale per ricostruire un sistema pubblico e universalistico che dia risposte ai cittadini dell’Umbria.
Il definanziamento del Servizio sanitario nazionale mette a rischio la tenuta del sistema. Senza risorse adeguate, aumentano le disuguaglianze e le difficoltà di accesso, a partire dalle liste d’attesa. Serve rimettere la sanità al centro dell’agenda politica e costruire un modello che risponda ai nuovi bisogni della popolazione.
- Uno sguardo al contesto internazionale: che impatto ha la guerra?
La guerra è sempre la strada sbagliata, tanto più quando viola il diritto internazionale. Come sindacato siamo impegnati per la pace, il dialogo e il multilateralismo, perché senza questi presupposti non può esserci giustizia sociale. Ma c’è anche un impatto economico concreto: per un Paese come il nostro, privo di materie prime, i conflitti producono effetti pesanti, dall’aumento dei costi energetici al rischio di nuova inflazione. La durata delle crisi e le tensioni geopolitiche possono aggravare ulteriormente le condizioni delle famiglie e delle imprese. Per questo è necessario un cambio di rotta: meno spese militari e più investimenti in sviluppo, lavoro e diritti.
- A proposito di effetti concreti, aziende e famiglie si trovano di nuovo a fare i conti con il caro energia. Quali iniziative proponete anche per il lungo periodo?
Oltre agli interventi nazionali, è fondamentale puntare sulle rinnovabili, sulle comunità energetiche e sulla ricerca, ad esempio sull’idrogeno. Questo può ridurre i costi per famiglie e imprese, soprattutto quelle energivore.
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