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L'INTERVISTA

La presidente Proietti: "Sull'Irpef scelta inevitabile e solo per il 7% degli umbri. La Zes e il turismo sono leve importanti"

Nostra intervista alla governatrice in visita alla sede centrale del Corriere: "Abbiamo fermato il disavanzo e ora investimenti sul territorio per ricostruire la sanità. Diversamente avremmo perso anche i fondi Ue"

Sergio Casagrande

20 Febbraio 2026, 14:37

La presidente Proietti: "Sull'Irpef scelta inevitabile e solo per il 7% degli umbri. La Zes e il turismo sono leve importanti"

Stefania Proietti, presidente della Regione Umbria

Sanità, Irpef regionale, liste d’attesa, nuovo ospedale di Terni, rapporti con i sindaci, sviluppo economico e turismo.
La presidente della Regione Umbria Stefania Proietti, ospite della nostra redazione centrale, risponde punto per punto ai temi più discussi dell’agenda regionale. 

- Presidente, l’aumento dell’addizionale regionale Irpef è entrato nelle buste paga del 2026 e continua a dividere l’opinione pubblica: come spiega agli umbri questa scelta e quando potranno vedere concretamente i benefici della manovra sui servizi, in particolare sulla sanità?

La manovra è stata una delle prime azioni che siamo stati costretti ad affrontare appena viste le carte dei conti.
Due i fattori che hanno determinato il nostro intervento.
Il primo: un disavanzo in sanità importante, con una linea continua in crescita che andava fermata.
Il secondo: l’impossibilità di agire all’interno del bilancio regionale, un bilancio “ingessato”, a livelli tali da compromettere qualsiasi scelta.
L’intervento è stato quindi inevitabile e, tra l’altro, la manovra che ha reso necessario il ritocco dell’Irpef regionale non è stata una scelta solo della Regione Umbria.
La sanità è un diritto che va garantito. Ma le risorse nazionali sono sempre sostanzialmente le stesse, mentre il costo della vita, l’inflazione e tante altre situazioni congiunturali comportano continuamente un aumento dei costi.
È un problema che tutte le regioni sono costrette ad affrontare e, per garantire il servizio sanitario, è inevitabile dover intervenire sui bilanci regionali. Insieme a noi, infatti, l’Abruzzo nello stesso anno e, l’anno prima, scelte analoghe sono state fatte da altre regioni.
Assumendo la guida dell’Umbria abbiamo quindi trovato una sanità che costava sempre di più, con il disavanzo aumentato negli ultimi 5 anni nelle 4 aziende sanitarie, e un bilancio ingessato, senza un euro da poter mettere a disposizione della sanità se non andando a ritoccare l’Irpef regionale.
La verità è questa e i nostri cittadini, che in queste settimane cominciano a vedere gli effetti in busta paga, devono saperlo.
Come devono sapere che, per un combinato disposto con la manovra di Palazzo Chigi, l’impatto delle trattenute è stato comunque ridotto per la fascia di contribuenti compresa tra i 28.000 e i 50.000 euro di reddito. Come Regione abbiamo voluto non gravare affatto sulla fascia dei cittadini con redditi sotto i 28.000 euro. Una fascia ampia di umbri che, purtroppo, comprende oltre il 70% dei contribuenti della regione.
Di fatto, quindi, la nostra manovra incide solo sul 7% degli umbri che hanno un reddito superiore ai 50.000 euro all’anno.

- Ma a cosa serve concretamente questo aumento di gettito?

Tenga conto che questo 7% di umbri contribuisce a versare circa 50 milioni di euro all’anno che entrano nel bilancio regionale.
In un primo momento servono anche a riattivare, per esempio, i fondi europei che erano fermi, perché nel bilancio regionale non c’era più la possibilità di attivare risorse europee.
Le risorse europee si attivano, infatti, con la quota regionale: la Regione deve mettere il 18% obbligatoriamente, se vuole portare a casa il Fondo sociale europeo, il Fesr e anche il Complemento di sviluppo rurale.
E cosa contiamo di fare in sanità con questi fondi? Quella parte di sanità che potremmo definire complementare, ma che è necessaria anche ai nostri ospedali: nuove residenze protette, residenze servite, Rsa, hospice e altri servizi territoriali in grado di recepire le dimissioni protette, di prendersi cura cioè delle persone una volta dimesse dagli ospedali, in particolare i più fragili. Perché, solo per fare un esempio, un anziano non autosufficiente, un paziente che ha subito un intervento in acuzie ma deve essere riabilitato, ha bisogno di presa in carico sul territorio, da anni assolutamente insufficiente in Umbria.
I benefici - e torno così a completare la risposta alla sua prima domanda - li cominceremo a vedere dal prossimo anno. Perché prima dobbiamo creare i posti: ne mancano oltre mille sul territorio.
Lo vedremo con il nuovo Piano socio-sanitario che prevede anche il calcolo di tutto il fabbisogno. E non ci saranno risposte solo per gli anziani, ma per tutta la popolazione, a cominciare da quella che necessita di cure postoperatorie e di riabilitazione.

- Lei ha parlato di una manovra necessaria per evitare il commissariamento della sanità umbra: oggi la situazione dei conti è davvero sotto controllo o c’è ancora il rischio di nuovi sacrifici fiscali per i cittadini? E c’è una speranza, in futuro, di vedere una riduzione dell’Irpef regionale?

L’ho già anticipato anche in Consiglio regionale. Stiamo ancora rilevando il quarto trimestre 2025 dei bilanci delle nostre aziende sanitarie.
I numeri definitivi dell’andamento economico li potremmo avere, per motivi tecnici, solo dopo qualche mese dalla fine dell’anno. E occorrerà tenere conto che quest’anno ci sarà un conguaglio relativo alla mobilità passiva degli anni 2022 e 2023 che peserà sul bilancio regionale del 2025 secondo le regole del sistema nazionale.
I conti presenteranno ancora un disavanzo, ma è stato sicuramente frenato l’andamento precedente che registrava un aumento esponenziale negli ultimi 5 anni.
Abbiamo frenato il disavanzo cercando sempre di mantenere il miglior servizio sanitario pubblico possibile, anche se penso che fra quattro anni diremo ancora “si può migliorare”. E abbiamo lavorato grazie ai nostri professionisti pubblici poiché non c’è stato consentito quest’anno di avere una quota del Fondo sanitario nazionale da usare per abbattere le liste d’attesa col privato.
Il disavanzo, quindi, permarrà, perché non si può cancellare con un colpo di spugna la storia degli ultimi cinque anni. Ma lo abbiamo frenato.

- E la speranza di ridurre l’addizionale Irpef regionale in futuro?…

Dobbiamo vedere bene. Il programma sull’Irpef è triennale e quello attuale arriva al 2028. Potremo quindi porci il tema nel 2028.
Sarebbe un bel segnale, ma dipende da tanti fattori, anche congiunturali.
In questo momento, per esempio, il governo non sta erogando più le risorse del Prina, i fondi per la non autosufficienza: li stiamo anticipando noi. Anche se riducessimo il disavanzo in sanità, ma venisse meno in maniera sistematica quel finanziamento, avremmo comunque una problematica gravissima.

- Molti cittadini continuano a lamentare tempi lunghi per visite ed esami e il ricorso sempre più frequente alla sanità privata: quali risultati concreti pensa di poter raggiungere entro la fine della legislatura sul tema delle liste d’attesa? L’azzeramento totale?

Il problema delle liste d’attesa è complesso e riguarda tutte le regioni.
In Umbria abbiamo un vantaggio: le dimensioni più contenute consentono un controllo più diretto.
Sulle prestazioni urgenti e brevi siamo riusciti ad azzerare tutte le liste.
Ora lavoriamo sulle prestazioni programmate, migliorando trasparenza, informatizzazione e organizzazione.
Abbiamo riattivato i concorsi per reclutare professionisti nella sanità pubblica e istituito una cabina di regia aperta anche ai soggetti istituzionali e sociali.
L’obiettivo è accorciare la distanza tra prenotazione e prestazione e garantire risposte più vicine ai cittadini anche dal punto di vista geografico.

- È vero che avrebbe individuato una figura, esterna alla attuale giunta, alla quale affidare l’assessorato alla Sanità? L’occasione potrebbe essere il rimpasto nel caso in cui alle politiche qualche suo assessore - come dicono alcune voci di corridoio - potrebbe candidarsi per uno scranno a Montecitorio o palazzo Madama?

Assolutamente no. Non so chi ha messo in giro questa notizia.
La sanità è una sfida politica importante e intendo affrontarla direttamente.
La nostra giunta, poi, è una squadra coesa e stabile. Se ci saranno dinamiche legate alla politica nazionale le valuteremo, ma credo che in un sistema complesso come la Regione la stabilità sia un valore fondamentale.
Certo, se alle prossime elezioni politiche vincesse il centrosinistra e vedessi un mio assessore di oggi rappresentare l’Umbria in Parlamento o, meglio ancora, in un incarico di governo, sarei felicissima.

- Sul nuovo ospedale di Terni il confronto con il sindaco Stefano Bandecchi è diventato anche politico: la Regione è pronta a sostenere il progetto del Comune o ritiene che serva un percorso diverso e più graduale?

Il nuovo ospedale di Terni è l’opera di edilizia sanitaria più ambiziosa della regione e della nostra amministrazione. Deve essere il migliore possibile, realizzato nel minor tempo e con i costi più sostenibili.
Il Comune ha una sua posizione, ma dobbiamo fare la scelta migliore possibile.
La scelta della localizzazione deve essere supportata da analisi tecniche, anche in termini di accessibilità, fruibilità e infrastrutture. L’obiettivo è un ospedale di interesse nazionale che rilanci Terni e l’intera Umbria.
Terni merita l’importanza dell’investimento più ambizioso della politica sanitaria regionale e può diventare centrale per l’Umbria: sarebbe la città con l’ospedale più moderno proprio per la sua posizione, di interesse per la mobilità attiva a livello nazionale.

- Il confronto acceso sul dossier ospedale di Terni, ma anche un recente confronto con il sindaco di Foligno Stefano Zuccarini, ha mostrato tensioni tra Regione e amministrazioni locali: quale modello di collaborazione istituzionale vuole costruire con i sindaci umbri, a partire dalle città più grandi?

È un modello basato sul dialogo e sui tavoli tecnici, per restituire ai cittadini una visione il più possibile condivisa.
I cittadini non hanno bisogno dello scontro ma della leale collaborazione istituzionale.
Ben vengano i tavoli anche sull’ospedale di Terni: fino ad agosto si parlava solo di cliniche private, oggi finalmente si parla con priorità assoluta di ospedale pubblico.
Il modello è, nella diversità di vedute e anche di lettura politica, vedersi ai tavoli tecnici, lavorare giorno e notte, e uscire di fronte ai cittadini con visioni il più possibile condivise.
Su Foligno, siamo tutti d’accordo che ha bisogno di una casa di comunità perché è la terza città dell’Umbria. Il problema è che prima non ci si è pensato eppure si potevano trovare risorse come per le altre case di comunità finanziate con decine di milioni di euro del Pnrr, ma la precedente amministrazione non lo ha fatto.
Noi abbiamo trovato già altre risorse: Foligno avrà la sua casa di comunità.

- In un’intervista a questo giornale il presidente di Confindustria Umbria, Giammarco Urbani, ha rivolto un appello alla politica umbra perché si ritrovi un terreno comune sulle grandi scelte strategiche della regione, dalla sanità alle infrastrutture fino allo sviluppo economico: la Regione è pronta ad aprire una stagione di confronto più largo con forze sociali, imprese e territori per definire alcune priorità condivise, al di là delle appartenenze politiche?

Ha proprio ragione il presidente di Confindustria. Lo apprezzo molto, come ho apprezzato il suo predecessore, perché dal suo osservatorio, che rappresenta la società ed è realmente trasversale, ci lancia un appello: lavorare tutti insieme per il bene dell’Umbria.
L’Umbria ha in questo momento molti valori aggiunti: attrattività, la ribalta nazionale nell’anno dell’ottavo centenario di San Francesco, la Zes come strumento di semplificazione normativa e sostegno per i nuovi investimenti.
Ci sono dati significativi anche su occupazione e imprese: il saldo tra imprese che nascono e imprese che chiudono torna positivo, come positivo è l’export e il tasso di occupazione.
La Zes può aiutarci a diventare più attrattivi anche per capitali che provengono da fuori, ma dobbiamo crescere conservando la qualità della vita e intervenendo su questioni non più rinviabili, come infrastrutture e trasporti. Io lo dicevo in campagna elettorale: questa sfida in Regione è da affrontare insieme, maggioranza e opposizione.
Su temi epocali come le infrastrutture dobbiamo recuperare un ritardo trentennale e dal governo devono arrivare risorse. Risorse che dobbiamo chiedere tutti insieme. Per la Tre Valli, per le ferrovie (alta velocità, Freccia Rossa), per il Nodo di Perugia. E mi riferisco anche alle altre regioni: Toscana, Abruzzo, Marche, Lazio, che beneficerebbero di alcune, se non di tutte, le opere necessarie.
Sul Nodo di Perugia, per esempio, la situazione è davvero complessa. Il governo può darci un miliardo in questo momento per risolvere radicalmente il problema? La risposta purtroppo è no. Ma se partiamo per la prima volta con un progetto unitario e risolutivo, fatto di stralci interdipendenti e interfunzionali, allora possiamo lavorare e chiedere i fondi necessari per vederne i benefici prima possibile.

- L’Umbria sta vivendo una fase di forte attenzione turistica e di promozione culturale: quali sono le politiche strutturali su cui la Regione punta per trasformare il turismo in una leva stabile di crescita economica e occupazionale?

Il turismo è una leva fondamentale di sviluppo. La Regione punta sull’innalzamento della qualità dell’offerta e sul potenziamento delle infrastrutture, a partire dall’aeroporto internazionale San Francesco di Assisi. Un turismo di alta qualità può diventare un fattore strutturale di crescita economica e occupazionale come il settore già dimostra di essere.

- I finanziamenti alla struttura ricettiva di sua cognata hanno scatenato la polemica in consiglio: dagli atti risulta tutto legittimo ma il fatto che lei non abbia partecipato alla seduta della delibera in questione risolve il problema dell’opportunità politica? E se tornasse indietro, lo rifarebbe?

Si tratta di una vicenda legata a un bando partito molto prima del mio arrivo a Palazzo Donini, con criteri definiti da altri.
Se non c’è nulla di male in quello che fai e hai fatto, l’opportunità politica è non votare quando ti rendi conto che c’è un atto che può riguardare una parentela. Non lo voti, ti assenti dalla seduta ed è ciò che normalmente si fa e che io ho fatto per evitare qualsiasi conflitto di interesse.
Quindi sì, lo rifarei, perché non c’è nulla da nascondere.
Anzi, come ho già detto in consiglio regionale, auspico che ci siano indagini approfondite da parte della magistratura così da chiarire fino in fondo e in ogni sede la correttezza del mio comportamento.

- A poco più di un anno dall’insediamento a Palazzo Donini, qual è la priorità politica che vuole lasciare come segno distintivo della sua amministrazione: il rilancio della sanità, lo sviluppo economico o un nuovo modello di welfare territoriale?

Se dovessi scegliere, direi tutti e tre. Però la priorità era e resta la sanità pubblica, perché incide anche sugli altri due: una sanità che funziona ha effetti positivi sul welfare territoriale e sullo sviluppo economico di una regione.
È una sfida difficile, ma è proprio quella su cui voglio lasciare il segno.
Riportare l’Umbria a una sanità pubblica e territoriale, benchmark, ovvero di riferimento a livello nazionale. La sanità pubblica non è solo liste di attesa. Per noi la priorità è una sanità che funzioni perché solo così ci potrà essere una ricaduta positiva sul welfare territoriale e anche sulla scelta di un luogo dove abitare e dove investire. Perché oggi più che mai il fattore umano e la qualità della vita contano nelle scelte delle persone, delle comunità, delle imprese.
Quindi assolutamente la sanità pubblica è la nostra priorità ed è ciò di cui hanno più bisogno i nostri cittadini e le nostre cittadine. E’ una priorità tutt’altro che semplice da affrontare e soprattutto risolvere.
Esige competenze, quelle della squadra che abbiamo scelto (direzione regionale e direzioni generali in primis) ed esige coraggio, quello che alla nostra politica non manca!

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