L'intervista
C’è ancora chi la definisce Pet therapy, ma il termine corretto, ormai da oltre dieci anni, è Interventi assistiti con gli animali. Una distinzione che non è soltanto formale. Dietro quella definizione si nasconde infatti un sistema strutturato di attività educative, terapeutiche e riabilitative regolato da linee guida nazionali e fondato sul lavoro di équipe multidisciplinari composte da veterinari, figure sanitarie, educative e coadiutori dell’animale. Un ambito in crescita anche in Umbria, dove da tre anni opera l’associazione Qua lo Zoccolo, fondata da Silvia Balducci, impegnata in progetti che coinvolgono ospedali, rsa, cooperative sociali, case famiglia e scuderie. Attraverso cani, pony e cavalli, l’associazione costruisce percorsi personalizzati rivolti a bambini, anziani e persone fragili, puntando sulla relazione con l’animale come strumento educativo, sociale e terapeutico.

- Balducci, come nasce l’associazione Qua lo Zoccolo?
L’associazione è nata tre anni fa. L’ho fondata io insieme a mio marito Roberto Gavarini, che ci aiuta soprattutto nella parte logistica e organizzativa. L’idea è arrivata dopo un master in management dello sport, dove il focus del mio progetto era la creazione di un centro specializzato con animali residenziali. Da lì ho iniziato a costruire una rete di professionisti sul territorio.
- Oggi quanti siete a lavorare nei progetti?
Siamo otto persone che ruotano all’interno delle attività. Nei setting operativi siamo sempre almeno in due: un referente e un coadiutore dell’animale. Inoltre collaborano figure specialistiche come psicologhe, psicoterapeute, logopediste e pedagogiste.
- Lavorate in contesti molto diversi: scuderie, ospedali, rsa. Qual è la sfida più complessa?
La sfida maggiore è individuare l’animale corretto per ogni progetto. Per questo sono fondamentali il veterinario esperto e il responsabile di progetto, che valutano insieme al coadiutore quale animale sia più adatto alle fragilità e agli obiettivi dell’utente.
- Come avviene concretamente questa scelta?
Dipende dal tipo di attività e dalla persona. Simba, per esempio, è un cane che lavora molto bene con i bambini ma anche con anziani ad alto funzionamento nelle rsa. Se invece dobbiamo stimolare l’aspetto cognitivo scegliamo cani più attivi. Lo stesso vale per i cavalli. Nubi, una cavalla adulta molto tranquilla, viene impiegata con utenti con disabilità motoria o con disturbi del neurosviluppo perché è abituata anche alle carrozzine e permette un approccio sicuro. Quando lavoriamo sulla ri-educazione scegliamo equini con un carattere più forte, che aiutano a lavorare sulla comunicazione e sulla relazione.
- Tra i progetti più importanti c’è Equilibri Equini. Quali risultati avete osservato?
Abbiamo lavorato con bambini nello spettro autistico che tendevano molto all’isolamento. All’interno della scuderia hanno iniziato a collaborare tra loro e con gli altri bambini presenti. Alcuni conducevano il pony, altri montavano, altri ancora partecipavano all’accudimento. Si è creata una vera socializzazione attorno all’animale. Anche i genitori hanno avuto un beneficio importante, perché restavano nel contesto del maneggio e trovavano uno spazio di condivisione con altre famiglie.

- Quanto durano normalmente questi percorsi?
Per vedere i primi risultati attendiamo almeno due mesi, lavorando con cadenza settimanali. Andiamo a incidere molto sull’aspetto psicologico e relazionale dell’utente, quindi la continuità è fondamentale.
- Uno dei temi che affrontate spesso è quello della scarsa informazione sugli interventi assistiti con gli animali…
Il fatto che tutti continuino a chiamarla pet therapy. In realtà da undici anni esistono linee guida nazionali che parlano di interventi assistiti con gli animali. È un concetto molto più ampio: comprende non solo attività ludiche ma anche educative, riabilitative e terapeutiche in tantissimi contesti diversi.
- Come cercate di diffondere una maggiore consapevolezza?
Attraverso workshop, tavole rotonde, open day e convegni. Abbiamo organizzato incontri sulla relazione uomo-animale nell’autismo, nelle malattie oncologiche, nelle neuroscienze cliniche, open day cofinanziati dal Comune di Perugia e un convegno sul progetto realizzato in ospedale insieme al Comitato Chianelli. Per noi è fondamentale coinvolgere anche le amministrazioni pubbliche e il personale sanitario.
- In questi tre anni quali risultati avete raggiunto?
Siamo riusciti a certificare tre centri: la scuderia Valmarino a Taverne di Corciano, il centro Ololab di Ponte Felcino e il Caldese Horse Academy di Città di Castello. Questo permette di erogare anche terapie assistite con animali (TAA). Nel frattempo sono aumentati anche gli utenti e le collaborazioni con cooperative, rsa, ospedali e case famiglia.
- State lavorando anche a un progetto europeo. Di cosa si tratta?
Si chiama Tra-pro-tryde, ed è uno dei progetti più interessanti a cui partecipiamo. L’obiettivo è creare linee guida operative e un vademecum per operatori sociosanitari e tecnici federali, sempre nell’ottica del benessere sia della persona sia dell’animale.
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy