Umbri nel conflitto
(Gian Mattia D\'Alberto/LaPresse)
Alessia Galmacci, perugina, si trova a Doha insieme al marito e alla figlia di otto anni. Sono bloccati lì per uno scalo di ritorno da Bangkok, vivendo un’attesa carica di tensione. L’ambasciata ha inviato loro un sms informandoli che una compagnia privata è disponibile a organizzare trasferimenti via terra verso Riyad: un viaggio di circa otto ore per raggiungere l’aeroporto internazionale e permettere ai connazionali di acquistare autonomamente un volo per l’Italia.
Tuttavia, il tragitto è un’incognita totale. “Riyad dista dieci ore di pullman da qui”, racconta Galmacci. “Una volta arrivati non avremmo garanzie di trovare voli disponibili né, soprattutto, la certezza che il percorso sia al sicuro dai bombardamenti. Nessuno può assicurarci nemmeno che l’aeroporto di Riyad resti aperto. ”La scelta di restare a Doha sembra, per ora, l'unica ragionevole: “Qui siamo in qualche modo tutelati da Qatar Airways che, per fortuna, finora ha coperto spese, pasti e alloggio. Abbiamo una bambina piccola e non me la sento di rischiare così tanto; almeno qui abbiamo un tetto sulla testa, senza contare che il viaggio via terra sarebbe interamente a spese nostre. ”Una cautela inevitabile, considerando anche le complicazioni burocratiche segnalate dall’Unità di Crisi: il semplice biglietto del bus non garantisce l’ingresso in Arabia Saudita. È infatti obbligatorio munirsi preventivamente di un visto online; in mancanza di un documento valido, la partenza è esclusa. Inoltre, i posti sui bus sono limitati e le partenze vengono organizzate solo al raggiungimento del numero minimo di adesioni.
L’informativa ufficiale parla chiaro: “L’acquisto dei voli da Riyad, così come l’eventuale sistemazione alberghiera, restano a carico dei singoli. Non viene fornita assistenza per prenotazioni aeree o hotel”. Mentre il Governo valuta ulteriori misure di supporto, il quadro regionale rimane incerto, seppur costantemente monitorato.
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