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Medio Oriente, e se fosse una strategia articolata del potere?

Sergio Casagrande

29 Aprile 2026, 14:45

Medio Oriente, e se fosse una strategia articolata del potere?

E se stessimo osservando il Medio Oriente con gli occhi sbagliati? E se Donald Trump, dietro l’apparente caos delle sue uscite, stesse seguendo una strategia molto più lucida e feroce di quanto si immagini?

Proviamo allora a guardare questa guerra da un’altra angolazione e a cercare una spiegazione logica a quanto di apparentemente illogico sta accadendo. Perché forse non riguarda soltanto l’uranio iraniano, i missili, il terrorismo internazionale o la sicurezza di Israele. E forse non c’entrano nemmeno certe improvvise tempeste mediatiche esplose negli Stati Uniti (file Epstein) da tenere lontane dall’attenzione globale.

Il nodo potrebbe essere molto più concreto, molto meno ideologico: il controllo dell’energia mondiale e la guerra economica contro l'Asia che cresce.

A guardare bene, infatti, esiste un filo che unisce Teheran, Caracas, Pechino, L’Avana, Nuova Delhi e perfino Nuuk, in Groenlandia. Un filo che sa di petrolio, gas, petroliere, porti strategici, terre rare e rotte commerciali. In altre parole: il vero sangue dell’economia globale.

La Cina non è soltanto una potenza emergente. È la grande officina del pianeta: produce ovunque, compra ovunque, consuma energia in quantità immense. Da anni costruisce relazioni strategiche con Paesi ricchissimi di risorse energetiche o decisivi dal punto di vista geopolitico. E guarda caso molti di questi sono finiti nel mirino di Washington: Iran, Venezuela e l'intero asse che ruota attorno a Cuba.

In questa ottica persino la Groenlandia smette di sembrare una delle tante eccentricità trumpiane. Quando Trump parlò di comprarla, il mondo rise. Oggi quella proposta appare sotto una luce diversa. Perché la Groenlandia non è soltanto ghiaccio: è potere minerario, militare e tecnologico. Custodisce terre rare indispensabili per l’economia del futuro, controlla nuove rotte artiche aperte dallo scioglimento dei ghiacci e occupa una posizione strategica nel quadrante nord del pianeta. Soprattutto, rappresenta un modo per impedire alla Cina di mettere piede in uno dei territori più delicati del XXI secolo.

Ed ecco che il mosaico prende forma: Medio Oriente per il petrolio; America Latina per l’influenza energetica; Artico per le materie prime del futuro. Non conflitti separati, ma frammenti della stessa gigantesca partita per il controllo del mondo che verrà.

Il dubbio diventa, quindi, inevitabile: e se il Tycoon stesse giocando una partita molto più grande di quella raccontata ufficialmente?

Prima il Venezuela: pressioni, isolamento, destabilizzazione, tentativi di soffocare Maduro. Non solo politica estera, ma il segnale che Washington non intende lasciare spazio all’espansione cinese sulle immense ricchezze energetiche sudamericane.

Dentro questo schema persino Cuba potrebbe ritrovarsi con un ruolo meno marginale di quanto sembri. L’Avana, lentamente, sta rientrando nella rete geopolitica costruita attorno agli avversari strategici degli Stati Uniti: Venezuela, Russia, Iran e soprattutto Cina.

La posta in gioco, perciò, non è soltanto il petrolio. Conta il controllo delle aree d’influenza. Conta impedire che Pechino costruisca, pezzo dopo pezzo, una presenza economica, politica e tecnologica stabile perfino nel cortile di casa americano.

Anche le mosse contro Maduro assumono così un altro significato: non semplicemente abbattere un regime scomodo, ma smontare l’intera architettura latinoamericana che negli anni si è saldata attorno agli interessi cinesi.

Poi arriva l’Iran. E qui la partita cambia scala. Perché Teheran non significa soltanto petrolio: significa soprattutto controllo dello Stretto di Hormuz, il grande rubinetto energetico del pianeta. O meglio: dell’Oriente. Da lì passa una quota enorme del petrolio diretto verso Asia, Cina e India.

Ed è qui che entra in scena l’altro gigante di cui si parla troppo poco: Nuova Delhi. Anche l’India dipende dall’energia che attraversa il Golfo Persico. Anche l’India ha investito pesantemente in Iran, soprattutto nel porto strategico di Chabahar, fondamentale per aprire un corridoio commerciale verso l’Asia centrale senza dipendere dal Pakistan e per controbilanciare l’influenza cinese nella regione.

La pressione sull’Iran, allora, non colpisce soltanto gli ayatollah. Colpisce indirettamente anche le due economie asiatiche che possono contendere agli Stati Uniti il predominio economico mondiale nei prossimi decenni.

Così le bombe assumono un significato diverso. Non soltanto guerra militare. Ma guerra energetica. Guerra commerciale. Guerra preventiva sugli equilibri futuri del pianeta.

Nel mezzo rimane un’Europa fragile, dipendente, lenta politicamente e incapace perfino di comprendere fino in fondo il gioco che si sta combattendo sopra la propria testa.

Fantapolitica? Forse. Ma la storia insegna che le grandi guerre vengono quasi sempre raccontate ai popoli con parole nobili e combattute, invece, per interessi molto più concreti. E ogni volta che il mondo rischia di esplodere, tutto torna sempre lì: petrolio, denaro, potere.

Make America Great Again, quindi, forse, non è mai stato soltanto uno slogan. Dietro al caos potrebbe esistere davvero una strategia enorme, feroce, invisibile. Oppure no. Forse stiamo semplicemente assistendo alla follia incontrollabile di un uomo senza scrupoli né senno, diventata la più pericolosa improvvisazione politica della storia contemporanea.

Purtroppo lo capiremo soltanto vivendo. O sopravvivendo.

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