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Il liceo per tutti e la formazione tecnica

Sergio Casagrande

27 Aprile 2026, 15:36

Il liceo per tutti e la formazione tecnica

Giuseppe Valditara, ministro dell'Istruzione e del Merito

Quando si parla di scuola le parole non sono mai neutre. Costruiscono gerarchie, creano immaginari, indirizzano scelte. E in Italia, da troppo tempo, “tecnico” è diventato sinonimo implicito di seconda scelta. Non lo è mai stato. Ma lo è diventato nella percezione comune.

La nuova proposta del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara - uniformare tutto sotto il nome di liceo - può sembrare una semplice quanto banale questione di forma. In realtà è un intervento sul linguaggio e dunque sul potere che il linguaggio esercita sulle famiglie. Perché è lì che si è prodotta la frattura: non negli studenti, ma nei genitori. Negli anni ’90 si è insinuata l’idea che il lavoro “vero” fosse altrove, che il sapere tecnico fosse un retaggio da superare. Così si è gonfiata una bolla di licei e università, mentre si svuotavano proprio quei percorsi che avevano costruito la spina dorsale della classe media italiana.

Gli ex Itis, Itc, Itg, Ita, Itas – chiamiamoli ancora così per capirci – non sono mai stati scuole di serie B. Hanno formato imprenditori, ingegneri, tecnici, politici, pezzi interi di quella società che ha fatto grande il Paese. Ma le sigle, le etichette mentali su nomi come perito e ragioniere, hanno finito per pesare più della sostanza. E nella società dell’apparenza, questo basta a cambiare il destino di un’istituzione. Ecco perché il cambio di nome non è un maquillage. È un tentativo di riequilibrare il campo. Di restituire pari dignità. Di dire che esistono diversi modi di essere eccellenti. Che il sapere tecnico non è subordinato, ma complementare. I greci, lo ricordava lo stesso Valditara, chiamavano liceo un luogo dove si studiava il mondo, non solo i libri. E dentro quel mondo c’erano anche l’agricoltura, la materia, la realtà.

Naturalmente non basta. Se resta solo un cambio di insegna, sarà un’operazione cosmetica. Ma se diventa l’inizio di una riforma più profonda, allora può segnare una svolta. Perché il futuro, tra tecnologie, manifattura evoluta e intelligenza artificiale, avrà bisogno proprio di quelle competenze ibride che gli istituti tecnici sanno offrire meglio di chiunque altro.

In fondo, la vera domanda dovrebbe essere semplice: vogliamo continuare a inseguire un’idea astratta di successo o tornare a costruirlo?

Se la risposta è la seconda, allora sì: anche un nome può fare la differenza.

Non perché cambi la sostanza, ma perché finalmente smette di nasconderla.

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