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Turismo per tutti. Non uno slogan ma un diritto

Sergio Casagrande

27 Aprile 2026, 10:02

Turismo per tutti. Non uno slogan ma un diritto

Ci sono eventi che passano. E poi ci sono quelli che restano, perché provano a spostare il confine tra ciò che diciamo e ciò che siamo davvero.

L’iniziativa voluta dal ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli a Firenze, “Italia insieme”, svoltasi mercoledì alla Stazione Leopolda, appartiene a questa seconda categoria.

Non solo per la presenza istituzionale, non solo per il parterre, ma perché si inserisce in una traiettoria precisa: quella aperta dal G7 sulle disabilità del 2024 in Umbria.

Da allora, il tema ha smesso, almeno sulla carta, di essere un capitolo a parte. È entrato nel cuore delle politiche pubbliche di molti Paesi. E nel profondo di quelle italiane. O almeno, ci sta provando.

Perché il punto è tutto qui. Il turismo accessibile non è una voce di bilancio, non è un progetto pilota, non è un’etichetta buona per i convegni. È, come ha ricordato il Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità Maurizio Borgo, “un diritto sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite”. Non un favore, non una gentile concessione. E quando la parola “diritto” entra nel dibattito, cambia tutto. O dovrebbe.

A Firenze si è visto un Paese che prova a mettersi in fila. Il vicepresidente del Consiglio dei ministri Matteo Salvini ha parlato di infrastrutture, di mobilità, di accessibilità come condizione di base. E ha centrato un passaggio che non è retorica: “Non esiste la persona disabile, esiste una persona che fa bene il suo lavoro”.

È una frase semplice, ma se presa sul serio è rivoluzionaria. Perché spazza via il paternalismo, che è il vero nemico invisibile.

Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha allargato il perimetro: “Il turismo accessibile è parte della grande industria turistica”. Tradotto: o entra nel sistema, o resta marginale. E allora i 50 milioni distribuiti alle Regioni diventano un banco di prova, non un punto di arrivo.

Poi ci sono i territori. Ed è qui che il racconto smette di essere teoria.

La Toscana, con l’assessore Leonardo Marras, ha messo sul tavolo una parola che pesa: legge. Il testo unico sul turismo del 2024 introduce un principio che può fare scuola: non basta essere accessibili, bisogna dichiararlo. Trasparenza, confronto, persino competizione tra strutture. E una frase che merita di essere incorniciata: “La Toscana non si limita a dichiararsi civile, lavora per diventarlo davvero”. E il presidente della Regione Eugenio Giani ha dato il senso politico della sfida: “È sull’accessibilità che si misura il grado di civiltà di un Paese”. Non un dettaglio, ma una linea di confine.

La civiltà non è uno slogan, è una pratica quotidiana.

E poi c’è l’Umbria. Più piccola, meno sotto i riflettori, ma spesso più concreta.

Lo ha spiegato Federico Masciolini, responsabile Ufficio programmazione turismo della Regione: “Abbiamo fatto semplicemente quello che cerchiamo di fare ogni giorno, valorizzare l’offerta introducendo elementi di accessibilità”. Semplicemente. Sessanta chilometri di ciclovia accessibile attorno al Trasimeno, percorsi tattili sul Perugino, audioguide, qr code, formazione di operatori, una cooperativa sociale che oggi lavora stabilmente sul tema.

Non è uno slogan. È un modello.

E allora la domanda, inevitabile, arriva alla fine. Siamo davanti a un cambio di passo o all’ennesima stagione di buone intenzioni? Perché il rischio è sempre lo stesso: riempire i convegni di parole giuste e lasciare i marciapiedi sbagliati.

L’accessibilità non si misura nei panel, ma nei dettagli: una stazione, un bagno, un percorso, un sito web. Nella possibilità concreta di muoversi senza chiedere permesso. Se il turismo accessibile diventa davvero sistema, allora sì, l’Italia può giocarsi una partita enorme. Non solo economica, che pure vale miliardi, ma culturale.

Perché è lì che si pesa il grado di civiltà di un Paese. Il resto lo dirà la realtà, non i convegni. Ma a Firenze, intanto, le esperienze di venti regioni si sono messe a confronto, mettendo in fila idee, progetti e anche qualche risultato concreto.

E questo non è poco. Perché quando le parole iniziano a tradursi in modelli, quando i territori si parlano e quando un’iniziativa riesce a tenere insieme politica, amministrazioni e realtà operative, allora significa che qualcosa si è mosso davvero.

Il merito è anche di un ministro, Alessandra Locatelli, che su questo terreno sta dimostrando una qualità non scontata: la determinazione nel trasformare gli impegni in percorsi condivisi.

Il turismo accessibile e inclusivo non è più soltanto uno slogan. È una direzione. E, per una volta, sembra anche una direzione credibile verso un traguardo raggiungibile.

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