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L'attesa

Sergio Casagrande

09 Aprile 2026, 14:56

L'attesa

Donald Trump

Proprio quando Donald Trump stava giocando a dadi con la morte, mettendo in palio il futuro del mondo intero, è arrivata la buona notizia. E, di questi tempi, non è poco.

Capita spesso che la politica smetta di essere strategia e diventi azzardo. Questa volta, Trump quel momento lo aveva già superato. E non di poco. Sul filo sottile che separa il calcolo dalla roulette, il Tycoon si era affidato, come unica alleata, alla fortuna, quella dei latini, cieca e capricciosa. E questa sua fortuna, stavolta, si è schierata anche dalla nostra parte.

La tregua evita il peggio. Evita, almeno per ora, un’escalation che avrebbe potuto travolgere il Medio Oriente e il resto del pianeta Terra.

Possiamo tirare il fiato. Ma è un fiato corto. Perché il resto, come accaduto per Gaza, è ancora tutto da scrivere. Purtroppo, infatti, anche questa non è ancora pace. E’ una pausa armata. E dentro questa pausa si legge già il bilancio provvisorio.

L’Iran è stato colpito, ma non piegato. Anzi, rafforzato nella sua dimensione interna: quando cadono bombe dall’esterno, i regimi si blindano, non si sgretolano. E quello di Teheran oggi appare più duro, più arroccato, più capace perfino di trasformare la guerra in consenso interno ed esterno.

Dall’altra parte, Stati Uniti e Israele escono con più ombre che luci. La strategia non ha centrato l’obiettivo. La macchina militare iraniana è rimasta in piedi, capace di dimostrare di poter reggere e rispondere all’urto delle aviazioni più potenti del mondo. E il prezzo geopolitico per l’amministrazione Trump è altissimo: credibilità incrinata; tensioni amplificate; equilibrio globale più fragile.

Non solo. Questa guerra ridisegna anche gli equilibri più ampi: Cina e Russia osservano e avanzano, rafforzando il loro asse. L’Unione Europea resta sullo sfondo, debole, quasi irrilevante. E dentro la Nato si sono create crepe che fino a poco tempo fa sembravano impensabili.

Adesso si apre il negoziato su 10 punti proposti dall’Iran e da un debole mediatore: il Pakistan. Ma i nodi sono sempre gli stessi, incrostati da anni, da decenni: nucleare; missili; sanzioni; e quella rete di alleanze e milizie, da Hezbollah agli Houthi, che trasforma ogni trattativa in un campo minato.

Con due guerre in un anno alle spalle, il dialogo tra Washington e Teheran sarà tutto fuorché semplice. Ed è tra i colloqui che vedranno sedere al tavolo anche Israele che si capirà davvero chi ha vinto. O se, più semplicemente, hanno perso tutti.

Una cosa però è certa: la partita non è finita. E’ solo entrata nella fase più pericolosa. Quella in cui il silenzio delle armi non significa pace. Ma attesa. Senza contare che restano ancora accese le crisi in Libano, Gaza e Cisgiordania.

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