IL LAPIS DEL DIRETTORE
Spirano forti, fortissimi, i venti di guerra. Non arrivano più soltanto da Est: soffiano dall’Oriente e ci colpiscono in faccia, senza filtri, senza distanza.
Per anni li abbiamo guardati fare danni da lontano, come immagini sgranate in fondo a un telegiornale. Ora no. Ora entrano nelle nostre tasche, nei nostri conti, nelle nostre abitudini.
Il pieno non è più un gesto automatico: è un piccolo trauma quotidiano. Il gasolio, dicono gli analisti, presto costerà 3 euro al litro e con lui sale tutto il resto. Prezzi, ansie, incertezze. La guerra, che sembrava affare degli altri, è arrivata fin dentro casa nostra.
Sia chiaro: è ben poca cosa rispetto alle vite spezzate, alle città distrutte, alle famiglie cancellate. Ma è così che la guerra si fa sentire qui, da noi. Subdola, silenziosa, concreta. E destinata a durare: perché anche quando le armi taceranno, certi prezzi non torneranno indietro. Non lo fanno mai.
Adesso si apre anche l’ultima crepa, quella che tocca un nervo scoperto: le vacanze. Il cherosene avio scarseggia; i voli si riducono; gli aerei rischiano di restare a terra. Non è più solo un problema per chi deve ancora prenotare: è un problema per chi ha già pagato, organizzato, sognato.
E qui sta il punto, il più scomodo. Non ci hanno scosso abbastanza le bombe. Ci scuote di più l’idea di non partire, di rinunciare a un pezzo che riteniamo della nostra normalità. Come se la guerra diventasse reale solo quando ci tocca il portafoglio o lo stile di vita.
È una verità amara. Ma è così. Il resto resta lontano. Finché non ci riguarda.
Parafrasando Humphrey Bogart, viene da dire: “È la guerra, bellezza. La guerra. E tu non ci puoi far niente. Niente.”
Invece qualcosa si può fare. Non rassegnarsi. Non voltarsi dall’altra parte. Non restare fermi ad aspettare. Perché questa volta non siamo spettatori. Siamo dentro la scena.
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