IL RICORDO
Eccomi qua, Elio. A scrivere di te. Con le lacrime agli occhi.
Ci eravamo sentiti pochi giorni fa. Una telefonata come tante. E invece no. Avevo capito che la situazione era più seria di quanto mi avevi detto, ma non così. Non così in fretta. Non così.
Lo sai: non ho mai amato scrivere i coccodrilli. Men che meno per i colleghi, figurati per un amico. Eppure, negli ultimi tempi, mi è toccato farlo più volte. E anche stavolta non posso tirarmi indietro. Perché tu non sei stato solo un collega, sei stato un pezzo di storia di questo giornale. E quella storia continua anche lungo il solco che hai tracciato tu.
Hai tenuto la penna in mano fino all’ultimo. Non è una frase fatta, nel tuo caso è la verità nuda perché hai continuato a scrivere per il Corriere anche quando la salute ti stava chiedendo il conto. E hai continuato a esserci. Presente. Disponibile. Sul pezzo. come amavi dire tu anche quando sapevi che, per te, stare sul pezzo era diventato più difficile degli altri.
Ricordo bene quando arrivasti in redazione, alla fine degli anni Novanta. Ti portarono qui Federico Fioravanti e Alberto Donati, strappandoti a La Nazione. Ci dissero che era un’operazione importante. Che il tuo nome pesava. Che il fatto che il cronista simbolo del giornale concorrente salisse a bordo con noi avrebbe fatto rumore.
Avevano ragione. Ma noi, all’inizio, non lo capimmo. Ti accogliemmo freddamente. Era un’altra epoca, Elio. La rivalità era feroce. Noi cronisti ci sentivamo forti sul campo e quel tuo arrivo lo vivemmo quasi come uno sgarbo. Come se qualcuno venisse a dirci che non bastavamo.
Poi tu ci hai spiazzati tutti. Con il garbo, prima di tutto. Con la professionalità, subito dopo. Con la gentilezza e, soprattutto, con quella correttezza che oggi sembra una parola d’altri tempi e che invece tu incarnavi ogni giorno, senza bisogno di proclami.
Da colleghi ad amici il passo è stato breve. Naturale. Abbiamo lavorato fianco a fianco in mille occasioni. E ogni volta ci trovavamo dalla stessa parte, anche quando partivamo da esperienze diverse e con qualche anno di differenza sulle spalle. Perché, come dicevi sempre tu, avevamo avuto la stessa fortuna: incontrare maestri veri. Gente che questo mestiere lo aveva imparato consumando i tacchi sui marciapiedi e riempiendo taccuini con l’inchiostro. E che ci aveva lasciato in eredità un’unica ambizione: fare i cronisti. Testimoni. Mai protagonisti.
Tu questa lezione non l’hai mai dimenticata. E l’hai insegnata a molti del Corriere. Il senso della notizia; il rispetto delle fonti; la verifica, sempre e anche quando tutti avevano fretta, anche quando sembrava inutile, anche quando ti guardavano come uno che perde tempo. Tu no. Tu sapevi che è proprio lì che si misura un giornalista. Mai una parola fuori posto. Mai un giudizio sopra le righe. Mai una scorciatoia.
Sembrerà retorica, ma non lo è: con te non se ne va soltanto un amico. Se ne va un Maestro. Di quelli veri. Di quelli che non fanno scuola con le lezioni, ma con l’esempio. E forse è questo che pesa di più. In un mestiere che è cambiato tanto, forse troppo.
Mi mancherai, Elio. Mancherai a questa redazione. A questo giornale. A chiunque abbia avuto la fortuna di incrociare la tua strada. E mi mancherai già da stamattina. All’alba. Quando non arriverà la tua telefonata o quel messaggino su WhatsApp per confrontarci sulle cronache del giorno, per tirare fuori una storia dimenticata. O anche solo per dirmi che il giornale che è arrivato in edicola ti è piaciuto. Ecco, vedi: se oggi questo è ancora un giornale, lo dobbiamo anche a te.
Ciao, Elio.
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