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Quella mela morsicata che ha fatto la fortuna di questo giornale

Apple celebra 50 anni di vita. La sua storia e i suoi prodotti hanno permesso la fortuna di molte aziende. Pure la nostra

Sergio Casagrande

02 Aprile 2026, 11:50

Quella mela morsicata che ha fatto la fortuna di questo giornale

C'è una mela che da mezzo secolo continua a mordere il futuro. E, a ogni morso, cambia il sapore del presente.

Martedì 31 marzo Apple ha compiuto cinquant'anni. Un anniversario che non è soltanto industriale, ma quasi antropologico. Perché non si limita a raccontare la storia di un'azienda: racconta il modo in cui l'uomo ha cambiato il modo di pensare, lavorare, comunicare. E, in fondo, anche il modo di vivere.

Basterebbe scorrere le immagini di Steve Jobs che alza al cielo un iPhone o un iPad come fossero reliquie laiche per capire che non eravamo di fronte a un semplice imprenditore, ma a uno di quei rari personaggi capaci di spostare in avanti l'asse della storia. Non da solo, certo. Ma con quella miscela di visione e ostinazione che trasforma un'intuizione in sistema.

Apple non ha solo inventato prodotti. Ha creato ecosistemi. E dentro quegli ecosistemi sono nate, cresciute, prosperate migliaia di aziende. Alcune gigantesche, altre minuscole. Alcune globali, altre profondamente locali.

Tutte, però, figlie di quella rivoluzione silenziosa che ha sostituito il rumore con la velocità. Compresa la nostra. Perché c'è un filo, sottile ma tenace, che lega Cupertino a Perugia e che si è esteso, poi, ad Arezzo e Siena. E non è retorica. È memoria vissuta che vale la pena raccontare.

Quando nel 1983 nacque il Corriere dell'Umbria, il giornalismo era ancora una fabbrica rumorosa. Il piombo, le linotype, i tempi lunghi, i costi enormi. Fare un giornale significava avere spalle larghe e capitali robusti. Noi non avevamo né le une né gli altri. Avevamo, però, due cose più rare: la voglia e la necessità di inventare.

Fu lì che entrò in scena la tecnologia. E, con essa, una mela ancora acerba per il grande pubblico. Ricordo bene quel momento. In redazione i primi Apple II comparvero nel dicembre 1983, poi gli Apple IIe nel 1984. Schermi a fosforo verde; floppy grandi come scatole di scarpe; tastiere americane che facevano impazzire i giornalisti. Non erano oggetti rassicuranti. Erano, anzi, quasi ostili. Ma dentro avevano qualcosa che noi non riuscivamo ancora a capire fino in fondo: il futuro.

All'epoca non lo sapevamo, ma stavamo facendo qualcosa che in Italia quasi nessuno faceva: usare quei computer non solo per scrivere, ma per costruire un sistema editoriale in tutta la sua filiera. Dalla battuta dell'articolo alla titolazione, dall'impaginazione fino alla produzione delle lastre. Un intero percorso digitale quando la parola digitale non era ancora entrata nel vocabolario quotidiano. E quando gli altri giornali si approcciavano al massimo appena a un misto computer-sistemi tradizionali noi eravamo già nettamente più avanti.

Merito di intuizioni che oggi chiameremmo visionarie e che allora erano semplicemente necessarie. Leonello Mosca, l'editore fondatore e l'“ingegnerLuigi Bartoletti, dalle ampie competenze tecniche e dallo sguardo lungo, capirono prima degli altri che senza tecnologia un giornale giovane sarebbe morto prima ancora di nascere.

E così, aiutati dal direttore Giulio Mastroianni - che, provenendo dalla squadra che aveva fatto nascere La Repubblica, di innovazioni era innamorato - accadde qualcosa di straordinario: una piccola redazione umbra diventò laboratorio.

Aziende straniere che sviluppavano software editoriali in collaborazione con Apple, come il Quark XPress, scelsero noi per testare le loro piattaforme prima del debutto in Europa. Le macchine da scrivere cominciarono a diventare un semplice arredo, per giunta ingombrante, delle scrivanie.

Non dimenticherò mai quel giorno di fine settembre del 1984 in cui arrivai in redazione e fui travolto dal silenzio: le macchine da scrivere erano scomparse per sempre. E quel silenzio, inizialmente spaventoso, era il suono della modernità.

Eravamo avanti. Non per scelta ideologica, ma per necessità di sopravvivenza.

Poi vennero gli anni in cui la tecnologia fu estesa al Corriere di Arezzo, al Corriere di Siena e a tutti gli altri Corrieri della famiglia di allora e la stessa smise di essere sperimentazione e diventò normalità.

Gli Apple si evolsero, si moltiplicarono, cambiarono forma. Ma non cambiarono sostanza: restarono strumenti che accorciavano le distanze e acceleravano il tempo.

Nel 1991 fui inviato in Jugoslavia, nel pieno della guerra, dal direttore Sergio Benincasa, con un dispositivo Atari tascabile che sembrava una semplice calcolatrice scientifica, ma che aveva una vera tastiera completa e uno schermo da più righe e, soprattutto, la capacità di dialogare con i sistemi Apple della sede centrale in tempo reale. Tutti gli inviati ad Osjiek della stampa estera rimasero incuriositi e stupiti. Oggi lo chiameremmo lavoro da remoto. Allora era fantascienza.

E ricordo anche un piccolo cavo, mostratomi con una profezia da Luigi Bartoletti di ritorno dagli Usa: “Questo sostituirà tutto. Sarà il futuro che ridurrà i cavi a uno solo”. Eravamo attorno al Natale del 1995. Il primo computer in vendita in Italia con una porta USB lo vidi comparire in un negozio solo tre anni dopo: era un iMac.

Ecco perché i cinquant'anni di Apple non sono solo una celebrazione. Sono un promemoria. Ci rammentano che l'innovazione non è mai neutrale: o la cavalchi; o la subisci. E ci ricordano che anche le realtà più piccole possono diventare grandi se hanno il coraggio di scegliere prima degli altri.

Se oggi questo giornale continua a essere in edicola, sul web, in radio e sulle mani o sotto gli occhi di chi ci legge, non è solo per merito di chi scrive. E' anche per merito di quella mela morsicata che, mezzo secolo fa, ha deciso di rendere semplice ciò che sembrava impossibile. E, soprattutto, per merito di chi ha avuto il coraggio di crederci quando nessuno ci credeva.

Grazie Leonello, anche per questo. Grazie Luigi, col titolo di “ingegnere” meritatamente conquistato sul campo. E grazie alla Apple e a chi ebbe l'idea geniale di fare di una mela morsicata qualcosa che, oggi, appartiene un po' a tutti.

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