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Dalle urne tre certezze

Sergio Casagrande

24 Marzo 2026, 15:00

Dalle urne tre certezze

Volti scuri tra il fronte del Sì. Sorrisi larghi tra chi ha sostenuto il No. Ma sarebbe un errore fermarsi alla fotografia di questo referendum costituzionale, perché il risultato che esce dalle urne ha smesso subito di essere un giudizio su una riforma della giustizia per trasformarsi in qualcosa di più ampio, più politico, più profondo.

Tre certezze, intanto. La prima: il No ha vinto in modo netto. La seconda: si apre una stagione elettorale che si annuncia tra le più combattute della storia repubblicana. La terza: mettere mano alla Costituzione continua a essere un terreno minato per gli inquilini di palazzo Chigi. E poi c’è un dato che pesa come un macigno: l’affluenza. Più alta del previsto. Più alta perfino di quanto i più ottimisti avevano ipotizzato. Detto che è positivo per la democrazia vedere finalmente un ritorno alle urne, è comunque il segno evidente che la politicizzazione del voto, spinta fino all’estremo, ha funzionato. Ma ha funzionato in un modo preciso: trasformando il referendum in un giudizio sull’operato del governo.

È qui che la partita, ora, cambia davvero. Perché da oggi il quadro politico è più instabile. Più nervoso. Più esposto. Si apre, di fatto, una campagna elettorale che, da qui alle prossime elezioni politiche, potrebbe rivelarsi tra le più combattute della storia della Repubblica.

Le opposizioni alzeranno il livello dello scontro, provando a capitalizzare il risultato. Ma anche dentro la maggioranza qualcosa si muoverà inevitabilmente. Perché le sconfitte, soprattutto quando sono così nette, non restano mai senza conseguenze.

Il governo difficilmente resterà immobile e lavorerà per recuperare tutto il consenso possibile. È, quindi, lecito attendersi una reazione. E, con ogni probabilità, sarà una risposta forte, soprattutto sul terreno economico, quello che in questi tempi può pesare di più sull’elettorato. Nessuna sorpresa, quindi, se si manifesteranno segnali rapidi, visibili, capaci di invertire una narrazione che oggi appare in difficoltà.

Ma insieme alla reazione - mentre dalle opposizioni ci si attende maggiore compattezza - potrebbero comparire delle crepe. Perché dentro ogni maggioranza, davanti a un risultato come quello di ieri, si aprono sempre due strade: c’è chi spinge per accelerare e tornare alle urne; e chi invece prova a prendere tempo, a ricucire, a salvare la legislatura.

E poi c’è il nodo più delicato. Quello che non si vede nelle percentuali, ma che pesa più dei numeri.

Le scelte più divisive di questo governo – comprese quelle fatte in politica estera – reggeranno all’urto di questo voto?

È qui che si misurerà la tenuta. Non nei comunicati. Non nei sorrisi o nei silenzi. Ma nella capacità di trasformare una sconfitta in una ripartenza.

Perché da oggi non si discute più solo di giustizia. Si discute di potere. E di quanto, davvero, questo potere sia ancora saldo nelle mani di chi governa. E capace di accontentare gli italiani attesi, nel 2027, alle urne per il voto più importante. Quello che sceglierà i parlamentari e, di conseguenza, indicherà nei fatti al Presidente della Repubblica a chi affidare l’incarico di Presidente del consiglio.

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