IL LAPIS DEL DIRETTORE
I risultati arrivano oggi pomeriggio. Per ora, più che i numeri finali, contano i segnali. E quelli che sono arrivati ieri domenica 22 marzo, primo giorno di urne aperte, ancora non permettono di capire se si sta andando verso una buona o scarsa affluenza ai seggi, fondamentale per stabilire se la partecipazione fatichi ancora o meno a ritrovare uno slancio tra gli italiani. Al di là di ogni quorum - che in questa occasione non è neppure richiesto - questo resta un tema aperto.
Intanto, però, un dato fortemente preoccupante c’è ed è quello degli aventi diritto al voto.
Come ha raccontato sabato su queste colonne il collega Felice Fedeli, in Umbria sono in calo. Costante, progressivo, inesorabile. Non è solo un numero: è il riflesso di una regione che invecchia e si restringe.
Meno abitanti, meno elettori. Meno elettori, meno peso.
È una catena semplice, ma implacabile. Perché la forza di un territorio non si misura soltanto nelle idee, ma anche nei numeri. Nei seggi, nelle schede, nella rappresentanza.
Se cala la popolazione, cala anche la capacità di incidere nelle scelte che contano davvero. Quelle che si prendono altrove, ma che ricadono qui.
E allora il punto non è solo chi avrà vinto o perso questo referendum. Il punto è quanto peseremo domani. Perché una regione che si svuota rischia di contare sempre meno. Anche quando vota. Anche quando decide.
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