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Il Lapis del direttore

Quel giorno che Bossi varcò il Rubicone

Sergio Casagrande

21 Marzo 2026, 15:08

Quel giorno che Bossi varcò il Rubicone

Ci sono incontri che, all'inizio, sembrano poco più di una parentesi. Poi, conclusi, capisci che possono essere l'inizio di qualcosa.

Non ricordo né il giorno, né il mese, né l'anno. Ho tentato inutilmente una ricerca nell'emeroteca di redazione. Direi fosse autunno e, sicuramente, eravamo nella prima metà degli anni '90. E ricordo che all'indomani il Corriere dell'Umbria uscì in edicola con un titolo diviso su due righe, che oggi suona quasi profetico: “Il vento del Nord gonfia le vele della Lega in Umbria”.


Allora sembrava un azzardo. O forse una provocazione, come provocatore era considerato lui.
Umberto Bossi arrivò nella nostra sede centrale di Perugia di pomeriggio, senza clamori.


Niente ressa tra i colleghi per intervistarlo. Anzi. Il direttore di allora, Sergio Benincasa, abituato a ricevere ben altri nomi - da Spadolini in giù - affidò quell'intervista a me. Il più giovane della redazione. E per giunta cronista di nera. Non per merito, ma per mancanza di volontari.


Nessuno tra i colleghi volle, infatti, farsi avanti: “E' un folle rivoluzionario; un pazzo scatenato; un fomentatore; uno che vuole spezzare l'Italia in due; io non ci parlo…” dissero in tanti. E, quindi, semplicemente per quella curiosa coincidenza di avere metà della mia famiglia di Venezia e - secondo il ragionamento di Benincasa - un piccolo ponte personale verso quel Nord che la Lega raccontava come identità e rivendicazione l'incarico dell'intervista fu affidata a me. L'unico, in verità, che non poteva rifiutarsi a una disposizione del direttore.


Bossi, però, non era quello che molti immaginavano. Non era solo rumore. Non era solo slogan.
Chiusi nella stanza del caporedattore, solo io e lui con poggiato sul tavolo il mio amato registratore a cassette con il quale, nel 1983, avevo fatto le mie prime interviste ad Ambrogio Fogar e Carlo Carretto, Bossi rispose a ogni domanda con precisione, con una lucidità che tradiva un disegno già chiaro.


Sembrava un leader navigato. E invece era ancora agli inizi.


L'unica differenza rispetto ai politici del tempo, oltre alle parole del suo linguaggio, era il look, caratterizzato da una folta chioma di capelli spettinata, una camicia con il colletto aperto e la cravatta che mostrava un nodo allentato sotto al gozzo particolarmente pronunciato.


Per il resto c'era tutto. A cominciare dal carisma. E poi la volontà, quasi ostinata, di rompere gli schemi di una politica che stava già mostrando le sue crepe. Parlava di territorio, di appartenenza, di differenze. Di una Roma ladrona. Toni forti, certo. Ma anche una direzione.


L'Umbria col Nord che c'entra? Lei parla di Padania e la Padania tradizionalmente si ferma al Rubicone… “C'entra - disse - perché il Nord, come in Toscana, è anche qui; non dappertutto, ma c'è”.
Quella visita non fu una comparsata. Fu un segnale. Lo percepii dalle sue parole, dalla sua energia e dallo sguardo. Ed è per questo che riassunsi quell'incontro nelle parole di quel titolo.


Di lì a poco, infatti, anche in Umbria la Lega avrebbe trovato spazio. E, gradualmente, sempre più proseliti, fino a conquistare, anni dopo, il suo primo consigliere regionale proprio con i voti dell'Alta Valle del Tevere, l'area nella quale Umberto Bossi volle concentrare gli sforzi delle prime campagne elettorali, quando nessuno ci aveva scommesso. Poi, nel 2019, la conquista della Regione Umbria con la presidenza di Donatella Tesei.


Riguardandolo oggi, con la distanza che solo il tempo sa dare, quel giorno in redazione ebbe il sapore degli inizi veri. Quelli che non fanno rumore subito, ma cambiano le cose.
Bossi, allora, non era ancora il Senatùr. Ma si capiva già che lo sarebbe diventato.

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