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Il momento storico e la politica della tartaruga

Sergio Casagrande

18 Marzo 2026, 16:47

Il momento storico e la politica della tartaruga

La politica della tartaruga è semplice: ritrarre la testa quando c’è un pericolo. Spesso funziona. Ma la tartaruga non si salva quando qualcuno le ribalta la corazza che credeva inviolabile. L’Europa è nata per garantire la pace. E’ stata costruita sulle macerie di una guerra mondiale, seguita a breve distanza da un’altra altrettanto devastante per il territorio e la popolazione, con un’idea semplice e rivoluzionaria: sostituire la forza con il dialogo, il conflitto con la mediazione, la potenza con la cooperazione. Oggi però, mentre nel Golfo soffia forte il vento della guerra, quella stessa Europa che dovrebbe rimarcare pubblicamente i suoi valori sembra improvvisamente senza voce.


La domanda che circola in molte cancellerie e nella opinione pubblica è tanto chiara quanto scomoda: perché l’Ue appare così cauta quando la guerra è mossa da alleati storici e il diritto internazionale viene da essi stravolto?
Non è solo un problema dell’Italia, come qualcuno accusa pretestuosamente per ragioni di politica interna. E’ un problema che riguarda l’intera Unione europea e che coinvolge anche la Gran Bretagna. Dopo il 7 ottobre 2023 l’Europa ha solidarizzato con Israele. Era inevitabile e comprensibile. Un attacco terroristico come quello di Hamas non poteva lasciare indifferente nessuno. Ma col passare dei mesi, quando la risposta militare su Gaza ha assunto i contorni di una tragedia umanitaria, la voce europea si è fatta più timida, quasi esitante.


Quando poi sono entrati in scena e con forza gli Stati Uniti il quadro si è complicato ancora di più. Da ottant’anni l’Europa vive sotto l’ombrello della sicurezza americana. E’ una realtà storica prima ancora che geopolitica. La Nato, la difesa e gli equilibri strategici del continente sono stati costruiti dentro questa relazione. Una relazione spesso scomoda, talvolta imbarazzante – basti ricordare la guerra in Iraq, giustificata con armi di distruzione di massa mai trovate – ma comunque stabile, solida. Una vera corazza per il Vecchio continente, una sicurezza e una certezza sui cui contare per proteggersi. Oggi, però, qualcosa è cambiato.


La crisi nel Golfo e la tensione nello Stretto di Hormuz stanno mettendo a nudo una verità rimasta per anni sotto traccia e già emersa, in parte, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Questa volta, infatti, il presidente degli Stati Uniti d’America, dopo il riavvio dei suoi attacchi all’Iran, sta chiedendo agli alleati europei di condividere i rischi di una strategia che non hanno deciso e che neppure erano stati chiamati a condividere alla vigilia. In altre parole: partecipare alla gestione militare di una crisi che nasce da scelte americane. Ed è qui che il cortocircuito diventa evidente.
Da una parte c’è la Ue dei trattati, della diplomazia, della mediazione. Dall’altra c’è una politica di potenza di un alleato storico che spinge verso l’escalation. In mezzo resta l’Europa reale, quella dei governi e delle alleanze, che fatica a trovare una posizione autonoma. Trump lo ha detto con la sua ormai consueta brutalità politica: se l’Europa dipende dalle rotte energetiche del Golfo, allora deve contribuire a difenderle. Anche militarmente. Oppure la Nato – ed è questa la vera minaccia – potrebbe avere un “futuro negativo”.

E’ un ragionamento lineare dal punto di vista strategico statunitense anche se, in realtà, lo statuto Nato, all’articolo 4 (quello che consente discutere la situazione, monitorare le minacce e coordinare una risposta comune), dà la possibilità agli Usa di esprimersi diversamente e, magari, intavolare un confronto meno ostico con gli alleati. Ma è anche un ragionamento che tira l’Europa per il bavero, costringendola a scegliere tra i propri principi e i propri interessi. I no sono comunque arrivati, anche se in ordine sparso e molti con deboli giustificazioni fatte più che altro nella vana speranza di limitare l’irritazione di chi ha avanzato richieste. Ecco perché questo passaggio storico che stiamo vivendo ha un sapore epocale.

Ormai è lapalissiano che l’ombrello americano non appare più come una garanzia indiscutibile, ma come una protezione che può trasformarsi in pressione. Gli Stati Uniti di Trump agiscono in maniera totalmente imprevedibile e sempre più spesso senza consultare gli alleati, come se l’Europa fosse un vassallo, una variabile secondaria. Un soggetto senza arte né parte, se non quella di contribuire a ridurre il peso militare e, soprattutto, quello delle eventuali perdite. Di fronte a questo scenario – che, in verità, non nasce con questa guerra ma da quando Trump è tornato alla Casa Bianca e ha avviato politiche come l’aumento degli investimenti per la Nato, i dazi e perfino le mire sulla Groenlandia – la vera domanda non è se l’Europa debba o meno seguire Washington. La domanda è un’altra: l’Europa unita che senso politico ha sul piano internazionale?


Perché se vuole restare fedele ai propri principi – pace, dialogo, convivenza – dovrà rapidamente dotarsi di strumenti propri per difenderli. Anche sul piano strategico. E tagliare il cordone ombelicale che la rende dipendente dagli States.
Finché la sicurezza del continente resterà appesa all’ombrello di qualcun altro, l’Europa continuerà a muoversi in equilibrio precario: con la voce della diplomazia, ma con le mani legate a un unico alleato. E forse è proprio questa la lezione più dura della nuova crisi in atto nel Golfo. L’Europa nata per garantire la pace si scopre ancora incapace di difendere da sola la propria autonomia. E quando accade basta che qualcuno dall’altra parte dell’Atlantico tiri appena il bavero della giacca perché il Vecchio continente torni, ancora una volta, a guardare gli eventi dalla seconda fila, quasi in silenzio, nella speranza che passi presto la bufera. Proprio come fa la tartaruga. Ma se un giorno la bufera si trasformasse in uragano?

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