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Quando si abbassa l’ultima serranda

Sergio Casagrande

13 Marzo 2026, 09:56

In Umbria sempre meno negozi: chiusi 586 esercizi commerciali nell'ultimo anno. Rimasti senza lavoro 387 addetti

C’è un rumore che nelle città italiane si sente sempre più spesso. Non è il tintinnio della cassa di un negozio, né il vociare di una bottega di quartiere. E’ il suono secco di una serranda che si abbassa per l’ultima volta. E non accade più soltanto nei piccoli borghi delle aree interne. Ora succede anche nei centri storici urbani, nelle città medie e grandi. In Umbria come in Toscana. In particolare, l’ultimo rapporto dell’Agenzia Umbria Ricerche lo dice senza giri di parole: negli ultimi 24 anni il numero dei negozi al dettaglio è crollato di quasi il 28,8 per cento, una diminuzione persino più marcata della media nazionale che si ferma a -22,1 per cento. Dietro questa cifra ci sono piazze che si svuotano, insegne che si spengono, vetrine che mostrano soltanto cartelli “vendesi” e “affittasi”.


E mentre il commercio continua ancora a contribuire al Pil, la sua geografia vede stringere i suoi confini. In tutta Italia i piccoli negozi arretrano. Avanzano supermercati, discount e piattaforme digitali. Il sistema si polarizza: da una parte le grandi strutture organizzate, quasi sempre fuori o a ridosso dei centri urbani; dall’altra una rete di botteghe sempre più fragile. Foligno, città del commercio per eccellenza e che nel 1862 vide nascere la prima Camera di Commercio dell’Umbria, è un esempio sotto gli occhi di tutti. In Umbria, come in larga parte della Toscana, l’effetto è ancora più evidente. Perché qui il negozio non è soltanto un’attività economica. E’ il bar dove si incrociano le notizie del paese. La bottega dove il negoziante conosce il cliente per nome. La luce accesa che rende viva una via anche dopo il tramonto.
Significa servizi di prossimità, punti di riferimento per la vita quotidiana delle persone, soprattutto in territori dove la percentuale di anziani continua inesorabilmente a crescere.

Quando scompaiono i negozi di vicinato non si perde soltanto un’attività economica. Vengono meno servizi essenziali: la possibilità di fare acquisti sotto casa, la varietà dell’offerta, quella rete diffusa di piccoli esercizi che rende una città riconoscibile e che è fondamentale per larga parte di una popolazione che diventa sempre più anziana. Il risultato è nei centri storici sempre più vuoti. Nei quartieri che perdono identità commerciale. Nelle vie, un tempo animate, che diventano corridoi di saracinesche abbassate. Senza negozi palazzi anche storici rischiano di presentarsi come le scenografie dei vecchi film western: facciate curate all’esterno, ma prive di vita dietro le quinte. Senza botteghe le città perdono relazioni. E senza commercio di prossimità i territori più fragili rischiano di svuotarsi ancora più velocemente.

La questione, quindi, non è più se il commercio stia cambiando. E’ già cambiato. La vera domanda è un’altra: se vogliamo vivere in luoghi attraversati soltanto dai corrieri impegnati nella consegna dei pacchi a domicilio. Perché una città senza negozi non è soltanto meno comoda. E’ una città più povera, più scura, più anonima. Le luci delle vetrine non illuminano soltanto la merce. Illuminano anche il volto di una città.

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