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Il Lapis del Direttore

L’informazione dei giornalisti e la comunicazione degli infuencer

Sergio Casagrande

09 Marzo 2026, 08:56

Guerra in Medio Oriente, annunciato il volo di rientro dei turisti bloccati a Dubai nella nave da crociera

Giorni di paura a Dubai per la guerra

Nel Golfo Persico non stanno volando soltanto droni e missili. Volano anche video rassicuranti, storie patinate, messaggi studiati per dire che in fondo non sta succedendo nulla. Che Dubai è sempre Dubai. Che si continua a cenare, brindare, ballare, a prendere il sole in spiaggia e a fare il bagno. E che i dintorni non sono da meno. Peccato che nel frattempo l’Iran abbia lanciato e continui a lanciare missili e droni contro obiettivi negli Emirati e in altri Paesi della regione. E che i giornalisti di tutto il mondo, quelli che il giornalismo lo fanno davvero per professione, continuano a raccogliere e a mostrare i video di esplosioni che arrivano a colpire anche i porti e i terminal degli aeroporti internazionali e che incendiano perfino un grattacielo in Kuwait.

Ma sui social, tra yacht e skyline illuminati, qualcuno prova a raccontare un’altra storia. Una storia più conveniente. Più vendibile. Più “instagrammabile”. Influencer che spiegano che va tutto bene. Che la vita continua. Che non c’è motivo di preoccuparsi. In alcuni casi con video sorprendentemente simili tra loro, quasi fossero usciti dalla stessa sala di montaggio. E’ qui che la vicenda diventa qualcosa di più di una curiosità da costume. Diventa una lezione. Perché dimostra la differenza, enorme, tra informazione e comunicazione. L’informazione verifica, pesa, contestualizza. Non teme la complessità. Non teme neppure la verità quando è scomoda. La comunicazione, invece, spesso vende un’immagine. Protegge un brand. Difende un modello di business. E racchiude un messaggio voluto da qualcuno. E quando l’informazione è snobbata, la comunicazione occupa lo spazio. Anche mentre cadono i missili.

Non è un caso se proprio in queste ore molti governi e operatori economici del Golfo stanno cercando di proteggere la reputazione internazionale delle loro città, affidandosi anche alla narrazione dei social. Il punto però è un altro. Per anni qualcuno ha raccontato che i social avrebbero sostituito i giornali. Che bastava uno smartphone per fare informazione. Che il web gratuito era il futuro. Che i giornali, i telegiornali e i giornalisti fossero inutili. O sostituibili da chiunque. Ecco il risultato: nel momento in cui il mondo torna a tremare davvero, tra propaganda, marketing e storytelling, diventa improvvisamente chiaro che l’informazione è un mestiere. E che non basta un filtro su Instagram per raccontare una guerra.

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