MEDIO ORIENTE
La risposta con cui l’Iran ha iniziato a lanciare missili e droni contro il Golfo non è una reazione impulsiva, ma il culmine di una spirale di guerra che rischia di trascinare l’intera regione (e non solo) in un conflitto incontrollato.
La miccia è stata accesa dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti sul suolo iraniano, un’azione militare pesante, applaudita da Washington e Gerusalemme come colpo preventivo alle capacità belliche. Teheran la vede, invece, come una ferita aperta alla sua sovranità e alla sua stessa leadership.
Di fronte a ciò, la Repubblica Islamica ha risposto con la logica brutale della deterrenza: colpire non solo obiettivi statunitensi e israeliani, ma anche strutture e spazi dove le forze di questi ultimi operano, ovvero i Paesi del Golfo.
E’ qui che la narrazione strategica di Teheran si intreccia con la geografia della potenza americana: basi, infrastrutture, rotte logistiche che gli Stati Uniti usano per proiettare forza regionale diventano bersagli o, almeno, potenziali tali. E si apre il paradosso più inquietante: alcuni di questi Stati colpiti dagli ayatollah (Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita, Bahrein e Oman) in passato erano sospettati di avere canali finanziari ambigui, talvolta sfociati in accuse di sostegno, diretto o indiretto, tanto ad ambienti iraniani quanto ad ambienti legati al terrorismo islamico. Una storia di ambiguità che ha alimentato contrasti e sospetti e che ora, a causa della loro scelta di schierarsi apertamente con gli Trump, li espone a ritorsioni non solo diplomatiche ma militari.
E’ la stessa distanza tra politica di Stato e frange oltranziste che oggi complica ulteriormente il quadro: chi tra i gruppi riconducibili all’estremismo islamico, da sempre senza soggetto centrale e senza un unico comando, vede nella presenza americana nel Golfo e nell’appoggio occidentale agli alleati locali un nemico da colpire, trova terreno fertile in un conflitto che non ha più linee nette di demarcazione.
In questo teatro di alleanze mobili e rivalità antiche, si uniscono i conflitti atavici tra Pakistan e Afghanistan e tra Israele ed Hezbollah che martorizzano anche il Libano e la minaccia di un allargamento incontrollato del conflitto non è più retorica: è una possibilità concreta. Perché quando missili e droni volano su più fronti, quando il confine tra obiettivo militare e territorio sovrano si sfuma, quando attori diversi - Stati, milizie, network transnazionali - intervengono con logiche proprie, il rischio è che l’escalation si autoalimenti ispirandosi a se stessa.
In tutto lo scenario, però, manca, come sta accadendo spesso negli ultimi tempi, una presenza chiara e univoca del fenomeno che tante volte è stato sul palcoscenico e ora avrebbe - al di là di azioni di lupi solitari come quella di in Texas - una grande occasione per destabilizzare ulteriormente la situazione: il terrorismo islamista.
Un fatto che lascia molti dubbi e molte domande aperte su chi, davvero, muova i fili di questa nuova guerra regionale. E mentre il Governo italiano decide saggiamente di rafforzare i sistemi di sicurezza nel nostro territorio, non possiamo limitarci a guardare la cronaca di quanto sta accadendo: dobbiamo cercare risposte, aggiornamenti continui e la capacità di leggere interlocuzioni geopolitiche che cambiano più rapidamente di quanto i nostri occhi riescano a seguirle.
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