IL LAPIS DEL DIRETTORE
Il mondo ripiomba nell’incertezza più totale. Le bombe sull’Iran; la risposta degli ayatollah; i cieli del Golfo che si svuotano; i grattacieli che vibrano al ritmo del fumo che si leva dalle metropoli degli emirati; e le petroliere che rallentano: la geopolitica torna a dettare legge e lo fa con il linguaggio brutale dei missili.
Non servono analisi sofisticate per capire che si torna a infiammare un’area che da troppo tempo è già una fornace e anche per indovinare quale sarà la prima conseguenza. Arriverà nelle prossime ore, silenziosa ma implacabile: il prezzo dei carburanti. Se lo Stretto di Hormuz trema, trema anche il nostro portafoglio. Il barile sale, i mercati si agitano, le compagnie ricalcolano. E alla fine, mentre cresce la distruzione e si moltiplicano le vittime, paga anche il cittadino comune che crede di essere al sicuro perché non abita nelle aree di guerra.
È la fotografia di un mondo sempre più fragile, appeso agli equilibri di una regione che vale energia, commercio, stabilità. Basta una notte di raid per rimettere tutto in discussione.
Dal Vaticano arriva l’ennesimo appello del Papa alla responsabilità e al dialogo. Parole alte, necessarie, come sempre inascoltate. Perché quando parlano le armi, la ragione resta sempre qualche chilometro più indietro.
E noi, ancora una volta, scopriamo che la guerra non è mai lontana. Anche quando sembra distante migliaia di chilometri, arriva dritta fino al distributore sotto casa.
Speriamo che almeno si fermi lì.
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